Il popolo dei furbetti
Era circa la metà degli anni ’80 quando cercavo la mia prima occupazione fissa. Avevo lavorato per un periodo in “prova” in una azienda come programmatore. Il mio lavoro era apprezzato, almeno questa era la mia impressione, puntavo perciò ad una eventuale assunzione con contratto formazione lavoro nella stessa azienda. Non c’è stata nessuna assunzione. Ad un certo punto mi è stato detto con molta chiarezza che non avevano più intenzione di continuare il progetto informatico. In altre parole l’azienda non aveva più bisogno di programmatori.
Mio padre era amico di uno dei tre soci che gestivano quella l’azienda. Un fatto casuale, lavoravo in quel posto già da un po’ quando la cosa venne a galla. Ho raccontato a mio padre il fatto aggiungendo che non c’era ragione di preoccuparsi, stavo già prendendo in considerazione altre opportunità. Ma lui non sembrava affatto rassegnato ed era intenzionato a parlare con l’amico in questione, magari poteva assumermi con un’altra qualifica. L’ho bloccato istantaneamente, gli ho chiesto di non parlare con nessuno. Il solo pensiero di essere assunto in una azienda, grazie ad una raccomandazione non meritocratica, mi metteva forte imbarazzo. L’idea di varcare la soglia dell’ufficio ogni giorno, a quelle condizioni, era per me inaccettabile. Che un padre cerchi di aiutare il figlio lo si può anche capire. Ma il fatto che il mio comportamento fosse considerato illogico e dissennato da tutte le persone a cui in seguito ho raccontato il fatto (parenti, amici e conoscenti), è già piu interessante.
Questo è solo un esempio dello stato di desolazione etico/culturale in cui si trova l’Italia. Situazione che negli anni successivi è solo peggiorata, con l’unica breve parentesi legata al periodo di Mani Pulite. Il modello di vita ideale che ti viene costantemente sbattuto in faccia è quello del “furbetto”. Il disonesto (furbo) viene sempre premiato, fa carriera, prevarica sull’onesto. L’espressione stessa di “persona onesta” definisce ormai il povero coglione eterno perdente. Un bastone fra le ruote. Un rifiuto della società. Questo è un virus che ha contagiato tutte le categorie: dagli impiegati agli imprenditori, dai giornalisti ai politici, dai mafiosi agli ambienti ecclesiastici. Quasi 20 anni di televisione privata, comandata dal furbetto per eccellenza, ci hanno fatto capire che se vieni raccomandato ne devi approfittare, che se puoi raccomandare qualcuno e trarne vantaggio personale è meglio farlo, che il sistema è talmente corrotto che tanto vale trarne vantaggio, che se puoi evadere le tasse sei un cretino se non lo fai, che il falso in bilancio è un espediente salubre, che gli interessi personali non sono mai in conflitto, che la legalità è per i fessi, che la magistratura non è degna di rispetto, che la questione morale fa ridere ai polli. Ci hanno inoltre fatto capire che certi furbi, che talvolta sconfinano nella criminalità, sono pure al di sopra della legge.
Il problema è che non tutti possono fare i “furbi”. Pochissimi lo fanno, gli altri credono di farlo ma in realtà se lo prendono nel culo. Nel frattempo è l’intero paese che sprofonda nella desolazione.


