Richard Wright (1943-2008)
Il 15 settembre 2008 muore Richard William Wright, membro fondatore storico dei Pink Floyd. Nonostante il suo nome sia meno noto dei più celebri Waters e Gilmour, il tastierista è stato in realtà il maggiore responsabile della “magia” del suono Pink Floyd negli anni d’oro, dopo la dipartita di Syd Barrett. Stiamo parlando degli anni 1968-1971.
Non esistono virtuosismi nella tecnica strumentale di Wright in quegli anni, esiste un grande gusto per le atmosfere ed i colori del suono. Per quanto riguarda molti aspetti del suo stile, Wright è stato un pioniere. Fu infatti uno dei primi tastieristi a sperimentare con ogni sorta di effetti per la modulazione del suono, applicati alle tastiere: tremolo, vibrato, echi, wah-wah, Leslie, etc. Spesso lo si vedeva suonare solo con la mano destra, mentre la mano sinistra era costantemente impegnata a modulare e a “colorare” il suono.
Wright, musicista rock, era affascinato dal jazz e dalla musica contemporanea di compositori quali Cage e Stockhausen. Fu lui anche il maggior sostenitore del progetto Ummagumma (1969), il vero grande capolavoro del gruppo. Il brano Sysyphus, composto interamente da Wright e pubblicato nel doppio album Ummagumma, rimane uno dei più fulgidi esperimenti musicali mai pubblicati in ambito rock. Lo stile di Wright, ed in generale il suono Pink Floyd di quel periodo, finì per influenzare in modo decisivo diversi artisti adepti al rock più sperimentale, fra i quali: Tangerine Dream, Popol Vuh, Klaus Schulze.
Anche se il suo contributo artistico non si è mantenuto ai livelli di eccellenza di quegli anni, si possono tuttavia trovare pregevoli interventi strumentali anche in The Dark Side Of The Moon (1973), Wish You Were Here (1975) ed Animals (1977).
La magia delle sue esecuzioni rimane intatta, oggi come allora: la melodia rarefatta e atmosferica nella parte centrale di Astronomy Domine (Ummagumma); il crescendo vertiginoso dal sapore orientale in Set The Controls For The Heart Of The Sun (Ummagumma); le atmosfere misteriose, atonali e rumoristiche nel brano A Saucerful Of Secrets; le sperimentazioni audaci e devastanti nella già citata Sysyphus; le pagine atmosferiche strumentali incise per il film Zabriskie Point, poi scartate dalla colonna sonora. Questo e molto altro è quello che ci resta della sublime sensibilità musicale di Richard Wright.
È morto uno dei grandi strumentisti del rock. Uno di quelli che hanno fatto la differenza.
Addio Rick!


Complimenti per l’ottimo post.
Senza la sua tastiera non ci potranno essere più i Pink Floyd.
Anch’io l’ho ricordato nel blog di un amico.
Allego il link collegato sul mio nome se vorrai lasciargli un ricordo
Ciao Rich.
Comment by: Gio — September 19, 2008 @ 5:15 am | permalink
Eh, Paolo, nel tuo articolo ci sono molti elementi in comune col mio post
del 16 settembre scorso su it.fan.musica.pink-floyd… a partire dalla
valutazione dell’importanza strategica di Richard Wright per la creazione
di quel caratteristico “The Pink Floyd Sound” atmosferico, sognante, a
volte allucinato come in Careful With That Axe, Eugene, e dal suo particolarissimo
utilizzo delle modulazioni (ragion per cui spesso utizzava appunto la sinistra
prevalentemente per controllare gli effetti, mentre suonava con la sola mano
destra), di cui ci si puo’ accorgere già dall’inizio di Astronomy Domine.
A ben vedere, il sound sperimentale che nel 1966 aveva colpito Peter Jenner,
era dovuto essenzialmente (diciamo, almeno al 90%…) da due soli dei Pink Floyd:
Barrett e Wright, fornendo Waters e Mason soprattutto sostegno ritmico.
La componente atmosferica, poi, trovava in Richard Wright il principale
“scultore di atmosfere e spazialità”. E’ lui, in definitiva, la principale
“colonna portante” di quel suono che io e gli altri che conoscevano la musica
del gruppo prima di The Dark Side Of The Moon, identificavamo come “Il suono
dei Pink Floyd”. Seppure, come giustamente tu osservi, Wright abbia avuto un
ruolo non marginale anche per quello che di atmosferico si trova in TDSOTM
e Wish You Were Here. Ma indubbiamente è vero, è nel periodo dal 1968 al 1971
che Wright ebbe la sua migliore espressione, anche perchè è stato pure il periodo
in cui ancora aveva sufficiente “spazio” per poterlo fare. Con i concept-album,
la prevalenza di Waters sugli altri membri del gruppo diviene sempre più forte,
e Wright ha sempre avuto una personalità poco aggressiva, e un carattere molto
meno forte dell’apparentemente “mite” David Gilmour: forse connesso a quei
mondi fantastici evocati dalla sua musica. Già anni fa Arturo (il chitarrista
di Ragusa) ammetteva che Wright era IL musicista del gruppo. Un artista dunque,
come artista è stato Roger Keith “Syd” Barrett, più che un “professionista
della musica”, seppure fosse quello con la maggiore cultura musicale nel
gruppo. Anche professionista, ma prima di tutto artista, come era stato
appunto Syd Barrett. Curiosamente, nel 1971 sono proprio Waters e Mason,
certamente i “meno musicisti” del gruppo (Wright e Gilmour li prendevano
un po’ in giro chiamandoli “gli architetti”, alludendo agli studi fatti,
seppure a ben vedere proprio l’architettura abbia favorito grandemente
un approccio strutturale complesso, tipico delle suite da ASOS sino a
Shine On You Crazy Diamond), dicevo, sono proprio Waters e Mason, i due
“meno tecnici” (tranne che per gli effetti rumoristici, che entrambi hanno
sempre coltivato con professionalità), a voler chiudere il capitolo delle
sperimentazioni e a cercare “il controllo totale del suono”. E, un po’
alla volta, si finisce anche col restringere lo spazio dato alle atmosfere,
i ritmi e i tempi dei pezzi si adeguano maggiormente alle capacità di
relazionare i suoni nel tempo della gran maggioranza degli ascoltatori,
le melodie e le armonie ben definite sono ora alla portata di quasi
tutte le orecchie, ma nel contempo finisce col dissolversi gradualmente
quel particolare “quid” così fortemente evocativo nella musica del gruppo
sino al 1971, quella musica che dava agli ascoltatori la possibilità e
lo stimolo per far agire la propria immaginazione e creare vasti e affascinanti
mondi (o universi) della mente; è vero che mentre i Pink Floyd stavano per
prendere il corso trionfale di TDSOTM, già erano spuntati Edgar Froese,
Klaus Schulze, Florian Fricke, Manuel Gottsching,Christopher Franke, insomma
i “corrieri cosmici tedeschi”, che avevano ripreso, focalizzato e dilatato
il concetto di musica spaziale-atmosferica-ambientale ancor più evocativa
che descrittiva. Nel primo album solista di Richard Wright, Wet Dreams,
ben poco appare del gran creatore di atmosfere che era stato. E “Identity”
fatto insieme ad Harris si rivela una cantonata. Delle “antiche” tendenze
ambientali, Wright sembra recuperare qualcosa su “Broken China” del 1996,
però non è più musica “spaziale” ma piuttosto, a tratti, vicina a certa
New Age (destino comunque che è toccato a quasi tutti i musicisti “cosmici”,
che inesorabilmente sono andati a parare o nell’Ambient o nella New Age,
vedi Edgar Froese dal 1988 in particolare, ma anche lo stesso Klaus Schulze
vi si accosta). Però non è neppure realmente un album “Ambient” o “New Age”,
nonostante vari momenti affini, perché intanto continua ad usare ancora
la voce e pure i testi (anche se non scritti da lui), in quanto si tratta
dell’unico concept-album creato da un membro dei Pink Floyd che non sia
Roger Waters. Il fatto che David Gilmour avrebbe voluto riuscire a farlo
in A Momentary Lapse Of Reason ma ha dovuto rinunciarci, ci dice che,
comunque, come capacità di strutturare e progettare globalmente
un’opera, Wright qualcosa più di Gilmour ce l’aveva. L’ultimo progetto
di Wright, rimasto sulla carta, è quello di un album in cui lui avrebbe
suonato quasi esclusivamente il pianoforte, ma con la partecipazione di
qualche altro tastierista. Non sapremo mai cosa ne sarebbe venuto fuori,
perché Richard Wright ha cessato la sua vita il 15 settembre 2008, e
qualcuno nota la coincidenza con la data di uscita di “wish you were here”
(vorrei che tu fossi qui), del 15 settembre 1975, che è anche l’ultimo
album del Pink Floyd con Waters a recare dei credits di Wright, a partire
ovviamente dall’onirica apertura di Shine On You Crazy Diamond: porta
anche la firma di Waters perché sul sottofondo si sentono i bicchieri
di cristallo percossi appunto da Waters e registrati per il progetto
di “Household Object”, abortito al terzo pezzo. Ma è evidente che
quell’atmosfera reca la firma di Richard Wright. Che termina anche
lo stesso album. Su Animals, non vi è alcun credito per Wright,
anche se quel piano Fender-Rhodes jazzato su Sheep appartiene al
repertorio degli stilemi di Wright, e non di Waters.
Per The Wall, Waters vuol usare Wright alla stregua di un anonimo
session-man di studio, e non è certo cosa che possa interessare
allo storico tastierista dei Pink Floyd. Come si sa, dopo il rifiuto
da parte di Wright di terminare anzitempo la sua solita vacanza
fra le isole dell’Egeo con la sua imbarcazione per accelerare
i tempi delle registrazioni finali di The Wall, Waters lo mette di
fronte ad un aut-aut tale per cui Wight “si dimette” dal gruppo.
Nel 1985-86, Waters tenta di disfarsi di cio’ che rimaneva dei
Pink Floyd (Gilmour e Mason), e si sa come è finita. Wright è
ritornato a collaborare coi suoi ex-soci quando ormai la maggior
parte delle registrazioni anche di tastiere di AMLOR era stata fatta.
Rientra a pieno titolo nella band solamente nel 1992, e l’anno successivo
fornisce una decina di pezzi per la realizzazione di “The Division Bell”,
ma solo una minoranza di quel materiale viene poi usata, essendo ormai
David Gilmour “la prima stella” del gruppo, e non nel senso che sia
necessariamente lui a far le miglior composizioni: ha preso il posto
di Waters come membro più influente del gruppo. Che, comunque, ormai,
dopo la morte di Wright, non esiste più, in pratica. Sono passati
oltre 20 anni da AMLOR, e chi vedrebbe ora un album dei Pink Floyd
in un’opera del solo Gilmour? Che, comunque, aveva manifestato poca
voglia di ritornare a comporre insieme a Wright per un ulteriore
album di gruppo.
Ma per chi ama particolarmente la musica dei Pink Floyd sperimentali
ed atmosferici, in fondo la questione di un eventuale altro album
del gruppo (sempre ipoteticamente e ovviamente se non fosse deceduto
Wright), non se la pone neppure. I Pink Floyd che amo ricordare
finiscono con la realizzazione di “Pink Floyd Live at Pompeii”,
e anche lì il regista, seppure in parte per cause non volontarie
(perdita di alcune parti girate in cui appariva molto di più
Wright), non mette molto in evidenza il “tastierista delle modulazioni”,
cosa che sarebbe stato assai interessante soprattutto con vari
primi piani mentre Wright con la mano sinistra creava le modulazioni
per i suoni fatti dalla mano destra…
Dicevo prima, all’inizio delle sperimentazioni dei Pink Floyd c’erano
quelle improvvisazioni in cui soprattutto Barrett e Wright creavano
quel particolare sound quasi atonale, vagamente simile a musica
contemporanea “seria”, con timbri inusuali e creazione di nuove
spazialità sonore. Erano, curiosamente, il membro più giovane
del gruppo (Barrett 6-01-1946), e quello più vecchio (Wright 28-07-1943),
anche se per decenni si è creduto che Wright fosse nato nel 1944 e quindi
“il più vecchio” fosse Roger Waters (6-09-1943). Wright era anche quello
dei PF più affine a Syd Barrett, sicuramente gli fu più amico di Waters
e Mason, sebbene Waters avesse conosciuto Barrett qualche anno prima,
a Cambridge dove abitava anche lui (e pure Gilmour, che aveva frequentato
la stessa scuola di Barrett, anche se con diverso indirizzo, e nello
stesso periodo, infatti a quel tempo spesso si vedevano per imparare
a suonare insieme, e pare che Gilmour fosse più avanti di Barrett
nella formazione tecnica, contrariamente a quello che spesso si è
portati a credere; anche se Gilmour non manifestò la creatività
esplosiva di Barrett). Tragicamente, Barrett e Wright sono anche stati
i primi del gruppo ad abbandonare la vita terrena, a due anni di distanza
l’uno dall’altro, ed entrambi per cancro; Barrett aveva anche una
grave forma di diabete, e morì il 7 luglio 2006 (anche se la notizia
fu divulgata l’11 luglio), a 60 anni e mezzo giusti. Wright ha compiuto
65 anni il 28 luglio scorso, 49 giorni prima del suo ultimo respiro.
Ma mentre, e spiace molto dirlo, si sapeva che Syd Barrett era gravemente
ammalato e quindi la notizia della sua morte non è giunta troppo
inaspettata, per quanto triste, nulla del genere si sapeva sul conto
di Richard Wright, e sono rimasto attonito, senza parole, quando l’ho
saputo da un SMS di Vito (sempre molto aggiornato), prima di vederlo
anche su notiziari d’Internet e sui newsgroup: alla televisione, mi
ricordo che alla sera del 15, sul secondo della RAI la notizia è apparsa
solamente come breve scritta nella stretta scritta scorrevole in basso
sullo schermo, non so se abbiano parlato *per qualche secondo*, perché
non ho potuto seguire tutto il telegiornale. Il giorno dopo forse, al
TG ora di pranzo, ne hanno parlato *un pochino*. Poca roba per uno
che appartiene alla cerchia di coloro che hanno portato maggiori
innovazioni nel rock, ma quanti telegiornalisti lo sanno?
Ne parlo ora, a quasi cinque mesi dall’evento, quando ormai inizia
ad essere fuori dai tempi della cronaca, e si avvia ad essere parte
della storia del rock e, naturalmente, dei Pink Floyd. Essi stessi
ormai più storia che gruppo reale, anche se la Pink Floyd Music Ltd
esiste ancora, ufficialmente.
Preferisco immaginarmelo davanti al suo piano “preparato”, in una
parte di Sysyphus in cui palesemente utilizzava la tecnica elaborata
da John Cage. Ho sentito qualcuno che ha detto che Wright avrebbe
malamente imitato un vero pianista che suona il piano preparato.
Io ho avuto la ventura di assistere ad un concerto in cui si suonavano
musiche di john Cage e CON JOHN CAGE IN PERSONA SUL PALCO. A quel
concerto si esibì anche Demetrio Stratos per vocalizzi difficilissimi
scritti appositamente per lui da John Cage. Ma si esisbì anche un
pianista, che quella volta non fece il celebre 4’33″, ma proprio
una composizione per piano preparato: ebbene, lo stile e il tocco
erano *quasi identici* a quello di Wright in Sysyphus, che qualcuno
ha definito averlo imitato con la sensibilità di uno sfasciacarrozze:
perché nella teoria del piano preparato di John Cage, anche quei
“tocchi pesanti” sono pienamente previsti e anzi voluti dallo stesso
compositore. Si puo’ forse muovere la critica a Wright di aver voluto
anche un po’ troppo riferirsi a certi musicisti di musica contemporanea
(leggi Karlheinz Stockhausen e appunto John Cage) per fare musica che,
teoricamente, doveva situarsi “in ambito popolare”. Ma è una critica
che non regge proprio. Allora perché quando Tony Banks dei Genesis in
apertura di Firth of Fifth propone un suo pezzo (originalmente composto
per pianoforte solo) che pare scritto da Rachmaninov (anche se poi ho
scoperto essere proprio di Tony Banks), nessuno ha motivo di criticare
tale inserimento? Forse pare che Wright abbia “osato troppo”? E l’altra
critica che ho visto rivolta a Sysyphus è che “sia sperimentazione
priva di vero contenuto, non ci sono le idee…”. Mah, io le idee ce
le ho sentite, e come amo dire da decenni, il vecchio Edgar Froese nel
1974 diceva che la musica nasce nel nostro cervello in risposta agli
stimoli acustici, per cui vi è sempre anche un ruolo attivo di chi
ascolta la musica nell’elaborazione della percezione musicale e
del suo contenuto. A quanto detto da Edgar Froese aggiungo una cosa,
che proviene dalle mie modeste conoscenze di neurologia: come abbiamo
dei recettori per molte sostanze, naturali o sintetiche, che agiscono
su determinate zone del sistema nervoso centrale, forse possiamo
immaginare dei “recettori virtuali” per certe tipologie di suoni,
la differenza è che questi “recettori virtuali” non sono uguali
per tutti noi, ma presentano sensibili differenze. Cio’ implica il
tipo di reazione che abbiamo ad un dato specifico evento sonoro.
Non reagiamo tutti alla stessa maniera ascoltando qualsivoglia
espressione musicale, per il semplice motivo che NON siamo uguali
l’uno all’altro: ognuno ha un proprio temperamento, una propria
personalità, un proprio vissuto, una propria sensibilità,
pertanto quello che esalta me puo’ risultare inascoltabile per
un altro (e viceversa).
Altre critiche sono piovute sul pianoforte “suonato col gomito”
da Wright, in realtà fa’ alcuni glissati “di gomito” in
“Syncopated Pandemonium” di A Saucerful Of Secrets. Farà tanto
scandalo fra i bigotti melodici, ma è una cosa che anche pianisti
jazz come Chick Corea e qualche pianista in ambito “contemporaneo”
talvolta hanno fatto. Però quando lo faceva Chick Corea, nel peggiore
dei casi era una “provocazione intelligente”, se lo faceva
Richard Wright, invece, “una rozza e plateale finzione di avanguardia
di pessimo gusto”. Ma andate a rintanarvi nelle caverne! Perché fosse
stato per gente che la pensa così, se tutti fossero così dannatamente
conservatori, pigri mentalmente, con un carico di pregiudizi più
pesante di una stella di neutroni, oggi, ammesso che l’umanità
non si fosse estinta, saremmo, appunto, ancora nelle caverne.
Mia personalissima opinione, ovviamente, ma della quale ho diritto
come chiunque altro ha il diritto delle sue opinioni.
Scusate il tono che ho assunto sopra, ma molto ho amato questo musicista
e purtroppo non sono riuscito a difenderlo dai tanti che lo sottovalutano.
Cio’ in parte è anche dovuto alla sua personalità, introversa, un po’
timida, per nulla “piena di sè”, tant’è vero che lui stesso ha accettato
la critica di aver voluto fare “musica pretenziosa” con Sysypus.
Certamente non aveva il bagaglio tecnico di un diplomato al conservatorio
“con pieni voti”, ne’ tutte le conoscenze di un compositore “accademico”
di musica colta. Ma è proprio questa lieve componente di “ingenuità”
di fondo che ottiene l’effetto di *riscaldare* un genere di musica,
che, spesso, suona molto fredda. E’ proprio il provare a suonare
musica “quasi colta” con un vissuto di musica popolare che,
paradossalmente, aumenta la capacità di “comunicazione” della musica
stessa, perché comunque vi è una componente istintiva che è più
facile trasmettere (sebbene non a tutti). Paradossalmente, sono proprio
le imperfezioni e qualche ingenuità presente in Ummagumma studio ad
aumentare la capacità di trasmettere emozioni. Naturalmente, questo
è un discorso valido solamente per chi tale emozioni le sente.
E proprio lui, Richard Wright, aveva insistito perché dallo originale
progetto di realizzare un album doppio ma tutto “live”, si registrasse
un disco nei concerti (il primo di Ummagumma, quello “live” appunto),
e il secondo in studio, dove ognuno dei quattro musicisti (compreso
Mason) avrebbe avuto un suo spazio per esprimersi senza condizionamenti
e facendo esattamente quello che desiderava fare. Con la condizione
però che tendenzialmente fosse un disco di sperimentazione musicale.
L’idea passò, e così nacque Ummagumma come lo conosciamo, soprattutto
così nacque l’album in studio di Ummagumma.
Molto ho scritto ma tanto altro avrei da scrivere per Richard Wright,
circa 40 anni di emozioni e di viaggi interiori in spazi da esplorare.
Grazie ancora, Richard.
Comment by: Valerio HT — February 9, 2009 @ 6:39 pm | permalink
Buonissimi post, bravi. Io dico la mia, brevissimamente.
“Senza il pianoforte di Richard Wright, soprattutto durante la mia tarda adolescenza, io ora sarei un’altra persona. Peggiore.”
Penso sia uno dei migliori complimenti da fare a un’artista.
Comment by: Mattia — September 10, 2009 @ 11:50 am | permalink