David Torn: What Means ‘Solid’, Traveller?
David Torn è da considerarsi fra i chitarristi elettrici più dotati ed originali attualmente in circolazione, sia dal punto di vista compositivo che prettamente tecnico. Il suo stile riesce a fondere il virtuosismo tecnico di chitarristi quali Robert Fripp, Fred Frith o Bill Frisell, con l’irruenza sovversiva di Jimi Hendrix. Caratteristiche tecniche che vanno poi unite ad uno stile compositivo sperimentale e radicale, che spazia dal prog al blues, dal jazz alla musica ambientale. Fortemente personale è anche la sua ricerca timbrica, eloquente è ad esempio la sonorità iper-distorta/gracchiante di chitarra, che ottiene mandando il microfono di ripresa al limite della saturazione (utilizzando perciò volumi disumani, una operazione capace di mandare in paranoia fonici e tecnici del suono). “What Means ‘Solid’, Traveller?” (1996) viene pubblicato dopo una serie di collaborazioni con altri artisti, ed è il secondo volume (il primo è l’altrettanto ottimo “Tripping Over God”) di un progetto che vede Torn in completa autonomia nel processo della creazione musicale, dalla composizione al mixaggio, avvalendosi di limitati interventi da parte di alcuni amici.
“La mia musica è lacerata”, esattamente così lui stesso la introdusse prima di un concerto in Italia. Definizione particolarmente appropriata, e non solo perchè “torn” in inglese significa appunto lacerato.
Il riff atonale e devastante di Spell Breaks With The Weather, che segue una breve nenia ambientale, fa capire in fretta che aria tira. Si tratta un brano dal ritmo serrato ed ossessivo, nella prima parte. Nella seconda parte l’atmosfera è più distesa, sviluppata su sequenze armoniche dal sapore prog e soli chitarristici che si addensano. Nel finale torna il riff della prima parte, interrotto però bruscamente.
Seguono i bizzarri sapori prog/mediorientali di What Means Solid, Traveller?, con interventi vocali distorti (eseguiti da Torn).
Basato su dei loops spettrali ed ossessivi, Such Little Mirrors si sviluppa con temi di chitarra distesi e raffinati, melodicamente sospesi, che si sovrappongono nella seconda parte.
È la volta di Tiny Burns A Bridge, uno degli apici del disco. Un bluesaccio alla Torn, viscerale come il delta blues originale, ma con massiccie ed improvvise dosi di distorsioni psichedeliche. Il brano, cantato con voce distorta, inizia in modo rarefatto e teso, persino con intermezzi di mandolino. La tensione trova poi il suo sfogo naturale nella parte finale, con un assolo di chitarra slide selvaggio e sofferto, come il lamento di un animale moribondo. Un assolo che si colloca direttamente fra i più significativi del rock di sempre.
Gidya Hana è introdotto da una chitarra iper-distorta. Lo sviluppo del brano ricorda i King Crimson di Discipline, ma rimane tuttavia una piccola caduta di tono all’interno dell’album.
Si riparte con il solo di chitarra, possente ed atmosferico, di Each Prince, To His Kingdom, Must Labor To Go, accompagnato da loops di suoni metallici.
Particle Bugs @ Purulia Station è introdotto da cupi suoni ambientali, sviluppandosi poi in una serrata calvata chitarristica a metà strada fra prog e jazz.
I Will Not Be Free… è un’altro blues sanguigno e viscerale, questa volta molto più scarno, eseguito con la sola voce e chitarra dobro.
Segue la chitarraccia atonole iper-distorta di …Til You Are Free, un assolo sfibrato sia nel suono e nelle linee melodiche (con vaghi riferimenti a Jimi Hendrix), su una base ritmica rallentata e lacerata.
Chiudono l’album i 10 minuti abbondanti dell’affascinante Elsewhere, Now Than Waving, un pezzo ambient per definizione. Il brano inizia in modo disteso e minimale, con lente e brevi frasi melodiche che si addensano progressivamente. Il tema melodico principale, eseguito su diversi registri, è una frase discendente dal sapore malinconico. La seconda parte si fa invece più astratta e densa di suoni, per poi chiudere con variazioni sugli armonici naturali del suono fondamentale.


