Un vero e proprio inno. Dal vivo è lacerato al punto giusto.
November 13, 2008
August 29, 2008
A Saucerful Of Secrets
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A Saucerful Of Secrets, la mini suite pubblicata nell’omonimo album dei Pink Floyd, è uno dei brani più influenti del rock, per quanto riguarda le frange più sperimentali ovviamente. Intere scene musicali hanno un debito con questa geniale intuizione musicale dei Pink Floyd, in particolare il rock tedesco degli anni ‘70. A 40 anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, vi sono ancora artisti influenzati, consapevolmente o meno, da questo brano. Ne evidenzio due in particolare (anzi tre), due brani di grande fascino e spessore, che possono essere concettualmente collegati ad ASOS. Non si tratta di plagio, cover o roba simile. I due brani, di cui consiglio vivamente l’ascolto, sono assolutamente originali e brillano di luce propria. Oltre ad appartenere a generi diversi. In entrambi i brani ritroviamo tuttavia lo sviluppo dei temi musicali in tre parti principali (anche se ASOS è solitamente scomposta in quattro parti), con una esposizione atmosferica incentrata sulla timbrica dei suoni, che alterna tensione a violenza sonora con largo uso del rumore, per risolvere infine in un movimento melodico epico.
I Offered It Up To The Stars And The Night Sky (13:42)
Dirty Three - Whatever You Love, You Are (2000)
Questa mini suite del trio di Melbourne è un brano concettualmente minimalista, suddiviso idealmente in tre parti. La prima parte è un loop di scale eseguite col violino. Si tratta in realtà si una singola scala ascendente sospesa, che si addensa progressivamente su se stessa in una moltitudine di strati. Il loop chiude con una sovrapposizione di melodie minimali. Dalla atmosfera ascetica del primo movimento si passa all’atmosfera inquieta e tenebrosa della seconda parte. Il brano si sviluppa su due singole note di chitarra e batteria minimale, con interventi stridenti di violino. Il clima di attesa, inizialmente rarefatto, diventa via via più denso e dissonante. La tensione cresce progressivamente fino a liberarsi nell’epico tema melodico della terza parte. In un primo momento il tema melodico viene solo anticipato, subito interrotto da un’altro periodo di tensioni e dissonanze. La terza parte ripropone il tema melodico precedentemente anticipato, il violino esegue linee melodiche in continua sovrapposizione su registri melodici sempre più acuti. Le sonorità si fanno progressivamente più rozze e distorte. Nel finale rimane un’orgia di suoni integralmente devastata dalle distorsioni. Un tour de force inaudito, insieme epico e devastante.
Part 2 (39:16)
Spring Heel Jack - Live (2003)
Con questo brano ci spostiamo su altri territori. Spring Heel Jack è una formazione eclettica, che fonde molteplici elementi musicali. Si va dal free jazz all’avant garde, dal drum’n'bass allo shoegaze. Generi musicali all’apparenza diametralmente opposti. La prima parte del brano è prevalentemente percussiva, un eccitante duetto di basso e batteria. La seconda parte irrompe come un’esplosione. Una cascata di suoni e rumori, caotica ed atonale. Tutti gli strumenti (fiati, chitarre, tastiere, percussioni) liberano le briglie in un turbine orgiastico. Liberato parte dell’impeto iniziale, si passa ad un momento più propriamente avant jazz. La terza parte inizia con un lento fade-in. È interamente basata su un tappeto continuo di tastiere, ed una lenta sequenza tonale di accordi eseguiti al pianoforte. Ogni accordo scende di una seconda rispetto al precedente, per ricominciare da capo alla fine dell’ottava. L’impressione è quella di una melodia che continua a scendere senza soluzione di continuità. Una melodia toccante ed infinita. Questa base musicale (20 minuti!) fa da tappeto ad interventi strumentali continui e dissonanti, in un crescendo progressivo che arriva a seppellire la base. Esaurite le risorse melodiche, il brano si spegne lentamente.
Terrmuq Pt. I,II,III (18:53)
Ustr?ga - Rubbil (2006)
Questo è il terzo brano a cui ho fatto accenno in precedenza. Anche quì l’influenza di ASOS, più o meno consapevole, è evidente. Questo lo posso linkare per per intero, essendo una composizione mia e di Ettore:
March 17, 2008
October 2, 2007
September 5, 2007
Dirty Three: Live! At Meredith

Dirty Three è un trio formatosi a Melbourne, Autralia, nel 1992. La formazione, sprovvista di basso, è composta da Warren Ellis (violino), Mick Turner (chitarra) e Jim White (batteria). Il drumming di Jim e la chitarra di Mick sono estremamente dinamici ed epressivi, ora leggeri e melodici, ora potenti e selvaggi. Il violino di Ellis è l’elemento che più caratterizza il suono del gruppo. Il suo violino spazia da raffinati momenti melodici, degni di uno strumentista classico, ad inimmaginabili sonorità rozze e distorte. La loro musica, essenzialmente strumentale, è una intrigante miscela di folk, psichedelia, avanguardia colta ed altro ancora. Uno dei sound più avvincenti emersi negli anni ‘90.
Live! At Meredith (2005) è la registrazione dal vivo al Meredith Music Festival, un concerto che si tenne a Victoria, Australia, l’11-Dec-2004. L’album rende giustizia all’aspetto più orgiastico e selvaggio della musica del trio australiano, quello live appunto. Il loro folk stravolto viene portato volentieri all’eccesso nelle esibizioni live. I brani tendono ad essere più dilatati rispetto alle relative versioni studio, e le sonorità più distorte e sature.
Un feedback di violino distorto e lancinante introduce Indian Love Song. L’accompagnamento è ossessivo e monocorde, passano più di 7 minuti prima di sentire un cambio di accordo. Il violino si sbizzarrisce con sonorità ruvide, distruggendo sul nascere ogni intenzione melodica. Nella ripresa il brano si fa sempre più serrato, in modo vertiginoso. Una vera e propria sarabanda, devastata da fischi e seghe elettriche. Un brano d’apertura che crea decisamente la giusta atmosfera.
Some Summers (They Drop Like Flies) incede con un pizzicato di violino, dalla vaga cadenza a marcia funebre. Il violino intona una melodia straziante, in una atmosfera di crescente tensione, per sfociare in una sovrapposizione multipla di loops melodici. nel finale ritorna il tema principale per poi sfumare lentamente sui loops di violino.
She Has No Strings inizia in modo rarefatto. Arpeggio di chitarra, batteria leggera e melodia struggente. Il brano prende corpo quando arriva il primo inciso, con continue variazioni melodiche in un crescendo vorticoso. Torna il tema principale riportando il brano all’atmosfare rarefatta iniziale. Nel secondo inciso le variazioni di violino vengono invece portate all’estremo, in una atmosfera sempre più ossessiva ed orgiastica.
Hope è invece una placida ballata malinconica e struggente, di rara intensità espressiva. Il tema principale incede con gli striduli armonici del violino, come un lamento. Il brano prende corpo in seguito, con la melodia distesa dell’inciso.
Alice Wading inizia con cadenze più classicamente rock (per quanto possa esserlo un brano dei Dirty Three). I tre giocano con la dinamica in modo mirabile. Nella seconda parte l’atmosfera si fa più rarefatta, con un pizzicato di violino ad intonare una melodia malinconica dal sapore folk. La terza parte è invece estremamente serrata e travolgente, con ossessive frasi melodiche ripetute su diversi accordi, in un tipico crescendo vertiginoso alla Dirty Three.
Everything’s Fucked è uno dei loro brani più memorabili. Il tema principale è maestoso ed imponente, eseguito con sonorità prima morbide ed avvolgenti, poi dilaniato da sonorità crude e lacerate. Il brano alterna momenti melodici a momenti di pura sperimentazione.
Deep Waters, con i suoi 15 minuti abbondanti, è il brano più lungo. Inizia in una atmosfera rarefatta quasi inderminata. Il violino eplora flemmatico gli spazi melodici, per poi perdersi in intriganti variazioni ritmiche con la batteria. Il tema melodico principale entra in modo brusco, il quale viene poi variato e ripetuto in modo ossessivo, in un clima sempre piu serrato e lancinante.



