Wednesday, September 12th, 2007

Ghost: Hypnotic Underworld

Filed under: Ghost, Musica
Written by: mazapegul @ 11:02 pm

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Ghost è un ensamble giapponese che cavalca la scena rock di avanguardia sin dai tardi anni ’80. La formazione, sempre capitanata da Masaki Batoh (chitarra, voce), ha attraversato varie metamorfosi. Hypnotic Underworld (2004) esce a 5 anni di distanza dal loro precedente lavoro Tune In, Turn On, Free Tibet, e mostra tinte più marcatamente prog-rock rispetto ai lavori precedenti, oltre che notevoli doti di composizione ed esecuzione. L’album, piuttosto eterogeneo, rivela le più svariate influenze: Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Quicksilver Messenger Service, avanguardia colta, musica celtica, ed altro ancora. Il tutto viene poi filtrato da una sensibilità musicale decisamente Ghost.

L’album apre col capolavoro Hypnotic Underworld, una suite in 4 parti. Il primo movimento, God Took A Picture Of His Hillness On This Ground, è una summa della loro vena più sperimentale. Il brano, che supera i 13 minuti, si dipana fra persussioni, rumori metallici, suoni stridenti, fischi radiofonici, interventi atonali di fiati, feedback di chitarra. In atmosfere che ricordano da vicino cose tipo A Saucerful Of Secrets e Sysyphus dei Pink Floyd, ma anche l’avanguardia colta di Edgar Varese.
Escaped And Lost Down In Medina è il secondo movimento, un’altro brano strumentale dallo stile più prog-rock. Il brano è basato su un ritmo irregolare in 35/8, al quale si sovrappongono improvvisazioni di pianoforte, flauti arabeggianti, cupi feedback di chitarra. In un clima sempre più fitto e compatto, fino alla saturazione degli spazi melodici.
L’epica Aramaic Barbarous Dawn è il terzo movimento, un brano cantato più convenzionale. Accompagnato da un ostinato di sintetizzatore e cori epici.
La suite chiude con il breve Leave The World!, un brano vertiginoso con ritmo ultra serrato e glissandi crescenti in sottofondo.

Hazy Paradise è un brano dolce e melodico, che diventa via via più consistente. Ricorda molto da vicino i King Crimson della prima ora, quelli più melodici, con tanto di mellotron in grande evidenza nel finale.
Kiseichukan Nite è una brano parlato, con suggestivo accompagnamento musicale dal forte sapore orientaleggiante.
Piper è un’altro affresco epico, arrangiato in modo superbo. Inizia con una melodia di flauto dal sapore celtico, per poi spostarsi su territori più rock e consistenti. Il cantato è sempre splendidamente accompagnato da raffinati fraseggi di flauto e/o chitarra, con guizzi alla John Cipollina. Il solo di chitarra hendrixiano entra con prepotenza. Interventi di mellotron conferiscono al brano un sapore crimsoniano d’annata. Nel complesso un brano dal gusto prog-rock d’altri tempi, se vogliamo, ma di superba fattura.
Ganagmanag è un brano strumentale dalla complessa struttura poliritmica. Inizia con improvvisazioni di flauto su un tappeto musicale poliritmico, con tanto di tablas e sitar, che riporta ovviamente ad atmosfere tipiche della musica Indiana. Nella seconda parte il brano diventa più consistente, con frasi ostinate di pianoforte, percussioni potenti e intermezzi di gong.
Feed è un brano melodico più pacato, che ricorda certe atmosfere Pink Floyd dei primi anni ’70.
Il ritmo si fa più serrato nella superba Holy High, una specie di danza celtica, con bizzarri arrangiamenti elettro/acustici e basso distorto. Un folk molto alla Ghost.
Chiude l’album la lentissima Dominoes – Celebration For The Gray Days, un omaggio a Syd Barrett (il testo, non la musica, è preso in prestito appunto da Dominoes di Barrett). Un brano quieto e malinconico, appena sussurrato. Nel finale viene però spezzato da un’incalzante ostinato d’organo che si trasforma in una marcia dai toni solenni.

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