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Friday, September 14th, 2007

Pink Floyd: Ummagumma

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 9:06 pm

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Quarto album dei Pink Floyd, Ummagumma (1969) rappresenta l’apice assoluto della prima fase del gruppo, quella più sperimentale e di ricerca. L’album è anche da cosiderarsi fra le più ambiziose opere rock mai pubblicate. Ummagumma, in seguito fortemente criticato dai suoi stessi autori, si rivelerà come una pietra miliare. Uno di quei lavori che hanno aperto nuove porte, infranto barriere, influenzato generazioni di musicisti alternativi, e spianato la strada ad interi filoni musicali di grande rilievo (Corrieri Cosmici tedeschi in primis).
Il monumentale lavoro è suddiviso in due parti. La prima contiene materiale registrato prevalentemente dal vivo e già edito in precedenza. La seconda contiene invece materiale originale registrato in studio, dove ognuno dei quattro componenti del gruppo si gestisce un quarto dello spazio.

LIVE ALBUM

Il disco raccoglie quattro fra i loro più avvincenti cavalli di battaglia di quel periodo. A due anni dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, il suono del gruppo si è in realtà profondamente evoluto. Lo stile chitarristico di Gilmour, che sostituì Barrett nel ’68, è forse meno fantasioso di quello del suo predecessore, ma tecnicamente più completo e versatile. Il drumming di Mason è diventato più potente e dinamico, di grande effetto nell’alternare situazioni rarefatte a situazioni sature, con abbondante uso di piatti. Ma l’elemento chiave della metamorfosi sonora del gruppo è soprattutto Wright, molto più attento alla composizione e dallo stile tastieristico decisamente più atmosferico. Tutti i brani sono inoltre più dilatati nelle versioni live, con largo spazio ai momenti di improvvisazione strumentale.

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Wednesday, September 12th, 2007

Ghost: Hypnotic Underworld

Filed under: Ghost, Musica
Written by: mazapegul @ 11:02 pm

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Ghost è un ensamble giapponese che cavalca la scena rock di avanguardia sin dai tardi anni ’80. La formazione, sempre capitanata da Masaki Batoh (chitarra, voce), ha attraversato varie metamorfosi. Hypnotic Underworld (2004) esce a 5 anni di distanza dal loro precedente lavoro Tune In, Turn On, Free Tibet, e mostra tinte più marcatamente prog-rock rispetto ai lavori precedenti, oltre che notevoli doti di composizione ed esecuzione. L’album, piuttosto eterogeneo, rivela le più svariate influenze: Pink Floyd, King Crimson, Jethro Tull, Quicksilver Messenger Service, avanguardia colta, musica celtica, ed altro ancora. Il tutto viene poi filtrato da una sensibilità musicale decisamente Ghost.

L’album apre col capolavoro Hypnotic Underworld, una suite in 4 parti. Il primo movimento, God Took A Picture Of His Hillness On This Ground, è una summa della loro vena più sperimentale. Il brano, che supera i 13 minuti, si dipana fra persussioni, rumori metallici, suoni stridenti, fischi radiofonici, interventi atonali di fiati, feedback di chitarra. In atmosfere che ricordano da vicino cose tipo A Saucerful Of Secrets e Sysyphus dei Pink Floyd, ma anche l’avanguardia colta di Edgar Varese.
Escaped And Lost Down In Medina è il secondo movimento, un’altro brano strumentale dallo stile più prog-rock. Il brano è basato su un ritmo irregolare in 35/8, al quale si sovrappongono improvvisazioni di pianoforte, flauti arabeggianti, cupi feedback di chitarra. In un clima sempre più fitto e compatto, fino alla saturazione degli spazi melodici.
L’epica Aramaic Barbarous Dawn è il terzo movimento, un brano cantato più convenzionale. Accompagnato da un ostinato di sintetizzatore e cori epici.
La suite chiude con il breve Leave The World!, un brano vertiginoso con ritmo ultra serrato e glissandi crescenti in sottofondo.

Hazy Paradise è un brano dolce e melodico, che diventa via via più consistente. Ricorda molto da vicino i King Crimson della prima ora, quelli più melodici, con tanto di mellotron in grande evidenza nel finale.
Kiseichukan Nite è una brano parlato, con suggestivo accompagnamento musicale dal forte sapore orientaleggiante.
Piper è un’altro affresco epico, arrangiato in modo superbo. Inizia con una melodia di flauto dal sapore celtico, per poi spostarsi su territori più rock e consistenti. Il cantato è sempre splendidamente accompagnato da raffinati fraseggi di flauto e/o chitarra, con guizzi alla John Cipollina. Il solo di chitarra hendrixiano entra con prepotenza. Interventi di mellotron conferiscono al brano un sapore crimsoniano d’annata. Nel complesso un brano dal gusto prog-rock d’altri tempi, se vogliamo, ma di superba fattura.
Ganagmanag è un brano strumentale dalla complessa struttura poliritmica. Inizia con improvvisazioni di flauto su un tappeto musicale poliritmico, con tanto di tablas e sitar, che riporta ovviamente ad atmosfere tipiche della musica Indiana. Nella seconda parte il brano diventa più consistente, con frasi ostinate di pianoforte, percussioni potenti e intermezzi di gong.
Feed è un brano melodico più pacato, che ricorda certe atmosfere Pink Floyd dei primi anni ’70.
Il ritmo si fa più serrato nella superba Holy High, una specie di danza celtica, con bizzarri arrangiamenti elettro/acustici e basso distorto. Un folk molto alla Ghost.
Chiude l’album la lentissima Dominoes – Celebration For The Gray Days, un omaggio a Syd Barrett (il testo, non la musica, è preso in prestito appunto da Dominoes di Barrett). Un brano quieto e malinconico, appena sussurrato. Nel finale viene però spezzato da un’incalzante ostinato d’organo che si trasforma in una marcia dai toni solenni.

Monday, September 10th, 2007

Nick Cave & The Bad Seeds: The Firstborn Is Dead

Filed under: Musica, Nick Cave, Review
Written by: mazapegul @ 11:10 pm

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The Firstborn Is Dead (1985) è il secondo capitolo della saga Nick Cave & The Bad Seeds. L’album contiene una serie di blues viscerali, che raccontano storie legate al sud degli Stati Uniti, trasformate dall’autore in una sorta di drammi dai toni biblici. Le sonorità sono estremamente scarne ed essenziali. Il canto procede invasato fra gemiti, convulsioni e repentini cambi di umore (tornano alla mente echi di The Doors e soprattutto Beefheart). La batteria, minimale, picchia come una frusta. Chitarra più impegnata ad emettere rumori metallici che a suonare.
Con le sue cavalcate demoniache ed atmosfere apocalittiche, l’album è uno degli apici del rock cupo e dannato.

Tupelo è introdotta dal rumore del temporale. Un’ostinato di basso accompagna un cantato insistente e tormentato. Il brano decolla in fretta con l’entrata della batteria a scandire un ritmo tribale ed ossessivo, i cori, e la voce di Nick che inizia a grugnire. Una cavalcata infernale.
Say Goodbye to the Little Girl Tree è un blues rarefatto e malato. Un lamento surreale e perduto, votato al suicidio. Il brano accumula tensione, la quale viene liberata nella danza invasata finale.
Tutti gli strumenti ed i cori imitano il ritmo ed il rumore del treno in Train Long-Suffering. Una vertiginosa cavalcata sul mostro d’acciao.
Black Crow King è un gospel dal sapore funebre. Arrangiamento scarno, giocato sui botta e risposta fra voce solista, parlato e cori.
Il dramma tocca l’apice (o il fondo) nel cupo Knockin’ on Joe. Gli arrangiamenti scarni di piano accompagnano questo blues senza speranza. Nick canta nel completo sconforto.
Wanted Man è una cover di un brano di Bob Dylan, stravolta alla Nick Cave ovviamente. Ritmo martellante, cantato convulso e incalzante, voce gutturale, colpi di batteria come sassate. Il tutto in un crescendo continuo e vertiginoso, da lasciar senza fiato.
Blind Lemon Jefferson è un bluesaccio scarno e tetro fino all’esasperazione. Chiude l’album The Six Strings That Drew Blood, un’altro blues anche se completamente stravolto nella forma, nella miglior tradizione Beefheart. Chitarra dalle sonorità fortemente metalliche, che si preoccupa della demolizione delle strutture armoniche e ritmiche. Intromissioni spettrali di vibrafono. Il brano chiude con interventi strumentali del tutto atonali.

Friday, September 7th, 2007

Ustr?ga – anteprima dal nuovo album

Filed under: Dark ambient, Loops, mp3, Musica, Noise, Ustr?ga
Written by: mazapegul @ 11:40 pm

Il brano degli Ustr?ga in anteprima è “candezziccio“, una suite per strati di feedback, controllati con equalizzatore, chitarra elettrica, wha wha e loops.

Scarica l’intero brano dall’Ustr?ga blog.
Dettagli session di registrazione.

Wednesday, September 5th, 2007

Dirty Three: Live! At Meredith

Filed under: Dirty Three, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 9:31 pm

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Dirty Three è un trio formatosi a Melbourne, Autralia, nel 1992. La formazione, sprovvista di basso, è composta da Warren Ellis (violino), Mick Turner (chitarra) e Jim White (batteria). Il drumming di Jim e la chitarra di Mick sono estremamente dinamici ed epressivi, ora leggeri e melodici, ora potenti e selvaggi. Il violino di Ellis è l’elemento che più caratterizza il suono del gruppo. Il suo violino spazia da raffinati momenti melodici, degni di uno strumentista classico, ad inimmaginabili sonorità rozze e distorte. La loro musica, essenzialmente strumentale, è una intrigante miscela di folk, psichedelia, avanguardia colta ed altro ancora. Uno dei sound più avvincenti emersi negli anni ’90.

Live! At Meredith (2005) è la registrazione dal vivo al Meredith Music Festival, un concerto che si tenne a Victoria, Australia, l’11-Dec-2004. L’album rende giustizia all’aspetto più orgiastico e selvaggio della musica del trio australiano, quello live appunto. Il loro folk stravolto viene portato volentieri all’eccesso nelle esibizioni live. I brani tendono ad essere più dilatati rispetto alle relative versioni studio, e le sonorità più distorte e sature.

Un feedback di violino distorto e lancinante introduce Indian Love Song. L’accompagnamento è ossessivo e monocorde, passano più di 7 minuti prima di sentire un cambio di accordo. Il violino si sbizzarrisce con sonorità ruvide, distruggendo sul nascere ogni intenzione melodica. Nella ripresa il brano si fa sempre più serrato, in modo vertiginoso. Una vera e propria sarabanda, devastata da fischi e seghe elettriche. Un brano d’apertura che crea decisamente la giusta atmosfera.

Some Summers (They Drop Like Flies) incede con un pizzicato di violino, dalla vaga cadenza a marcia funebre. Il violino intona una melodia straziante, in una atmosfera di crescente tensione, per sfociare in una sovrapposizione multipla di loops melodici. nel finale ritorna il tema principale per poi sfumare lentamente sui loops di violino.

She Has No Strings inizia in modo rarefatto. Arpeggio di chitarra, batteria leggera e melodia struggente. Il brano prende corpo quando arriva il primo inciso, con continue variazioni melodiche in un crescendo vorticoso. Torna il tema principale riportando il brano all’atmosfare rarefatta iniziale. Nel secondo inciso le variazioni di violino vengono invece portate all’estremo, in una atmosfera sempre più ossessiva ed orgiastica.

Hope è invece una placida ballata malinconica e struggente, di rara intensità espressiva. Il tema principale incede con gli striduli armonici del violino, come un lamento. Il brano prende corpo in seguito, con la melodia distesa dell’inciso.

Alice Wading inizia con cadenze più classicamente rock (per quanto possa esserlo un brano dei Dirty Three). I tre giocano con la dinamica in modo mirabile. Nella seconda parte l’atmosfera si fa più rarefatta, con un pizzicato di violino ad intonare una melodia malinconica dal sapore folk. La terza parte è invece estremamente serrata e travolgente, con ossessive frasi melodiche ripetute su diversi accordi, in un tipico crescendo vertiginoso alla Dirty Three.

Everything’s Fucked è uno dei loro brani più memorabili. Il tema principale è maestoso ed imponente, eseguito con sonorità prima morbide ed avvolgenti, poi dilaniato da sonorità crude e lacerate. Il brano alterna momenti melodici a momenti di pura sperimentazione.

Deep Waters, con i suoi 15 minuti abbondanti, è il brano più lungo. Inizia in una atmosfera rarefatta quasi inderminata. Il violino eplora flemmatico gli spazi melodici, per poi perdersi in intriganti variazioni ritmiche con la batteria. Il tema melodico principale entra in modo brusco, il quale viene poi variato e ripetuto in modo ossessivo, in un clima sempre piu serrato e lancinante.

Syd Barrett: The Madcap Laughs

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review, Syd Barrett
Written by: mazapegul @ 12:35 am

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Syd Barrett, con il primo album dei Pink Floyd e i due lavori solisti pubblicati nel ’70 (The Madcap Laughs e Barrett), si guadagna un posto fra i massimi artisti rock di sempre. Barrett è stato un inventore, il suo stile di songwriting ha esercitato e continua ad esercitare una forte influenza su diverse generazioni di artisti.

Nell’opera di Barrett c’è qualcosa che la rende inattaccabile, sia dalle mode che dal tempo che passa. Neanche l’avvento del punk e della new-wave (non esattamente gentili nei confronti dei dinosauri tipo Pink Floyd) ha scalfito la figura dell’artista. Tutt’altro, è stato ed è rimasto uno stabile punto di riferimento.

The Madcap Laughs (1970) è un progetto dalla gestazione lunga e difficoltosa, dovuta in gran parte alla instabilità psichica dell’autore. È stato avviato sotto la produzione di Peter Jenner nel ’68, per poi passare per le mani di Malcom Jones (avvalendosi della sezione ritmica dei Soft Machine), ed infine completato da Gilmour e Waters in tempi relativamente brevi (il buon Gilmour era probabilmente l’unico in grado di portare a termine una similie “impresa”). I brani prodotti da questi ultimi sono di conseguenza poco arrangiati, spesso solo chitarra e voce.

Il disco, pubblicato a circa tre anni di distanza dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, rivela quanto sia nel frattempo cambiata la sensibilità dell’artista. Le cavalcate psichedeliche degli esordi lasciano ora il posto a ballate intimiste e stralunate, di rara intensità espressiva. Il disco sfoggia, uno dietro l’altro, gioelli irripetibili: la cadenza lenta e paranoica di Terrapin, le bizzarrie strumentali di No Good Trying, la filastrocca surreale di Love You, la ballata serena e rilassata di Here I Go, la schizofrenia di Octopus, la semplice e dolce Golden Hair (con parole tratte da una poesia di Joyce), le ballate acustiche intimiste di She Took A Long Cold Look e Feel, le eccentricità infantili di If It’s In You, la ballata notturna di Late Night.

No Man’s Land, con la sua melodia ipnotica immersa nelle sature distorsioni chitarristiche, è uno dei vertici del disco. Questo brano in particolare è da considerarsi fra i più fulgidi precursori dello Shoegaze, uno dei generi più interessanti e creativi emersi in UK negli anni ’80 (reso celebre da Jesus And Mary Chain e soprattutto da My Bloody Valentine).

Dark Globe è una ballata intensa e sofferta, arrangiata solo con chitarra e voce. Il brano è caratterizzato da continui cambi di tempo, che esasperano il senso di disperazione espresso dal brano stesso.

Long Gone è un’altra affascinante ballata acustica sotterranea, caratterizzata da un cantato cupo e baritonale. Il brano, con le sue discese sui registri bassi, esprime un inquietante senso di fatalità, a dimostrare quanto l’artista fosse sempre perfettamente cosciente della sua condizione esistenziale.

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