Wednesday, December 24th, 2008

Il rumore nella musica dei Pink Floyd

Filed under: Musica, Noise, Pink Floyd
Written by: mazapegul @ 12:12 am

static_limb.jpgUno degli aspetti fondamentali nella musica dei Pink Floyd, che caratterizza praticamente tutta la loro produzione, è il rumore.

Prima di tutto è necessario definire cosa comunemente si intende per “rumore”, e cosa per “suono armonico”. Un suono armonico è la risultante di una serie di armonici puri, tutti con frequenza multipla intera dell’armonico fondamentale. Rientrano in questa categoria i suoni degli strumenti musicali che prevedono una intonazione. Nel rumore le frequenze degli armonici sono irregolari e/o casuali. Conseguentemente non esprimono all’orecchio una altezza ben precisa (per chi volesse approfondire la questione armonici rimando a questo testo, da pag. 31).
Non esiste in realtà una linea ideale che separa i suoni armonici dai rumori. In molti casi il confine è critico. Certi suoni molto distorti, ad esempio, possono risultare al limite del rumore. Il suono delle campane è invece disarmonico, contiene tuttavia qualche armonico significativo in successione approssimativamente regolare, sufficiente per esprimere all’orecchio un senso di altezza.

Ai fini di questa analisi è tuttavia necessario considerare come “rumore” tutti quegli elementi che operano uno sconvolgimento del/nel contesto musicale.

Per semplificare suddividerò l’uso concettuale del rumore in due categorie principali:

  1. Il rumore come sconvolgimento della narrazione musicale.
  2. Il rumore come contesto ambientale psicoacustico di un brano musicale diciamo “convenzionale”.

Nel primo periodo della discografia dei Pink Floyd l’uso concettuale del rumore appartiene prevalentemente alla prima categoria: sconvolgimento delle forme espressive. Riff di chitarra e armonie convenzionali vengono messi sullo stesso piano di sferragliate stridenti, glissandi, dissonanze casuali, atonalità. Brani significativi di questo uso del rumore sono sicuramente i seguenti:

  • Interstellar Overdrive. Un brano improvvisato dove gli strumenti tradizionali vengono prevalentemente utilizzati per generare rumori elettrici di varia natura.
  • Pow R Toc H. Qui il rumore è affidato prevalentemente alla voce. Il ptum-tch-tch dell’introduzione, ma anche i vocalizzi animaleschi presenti nel resto del brano. una pratica molto utilizzata nel periodo con Syd Barrett in formazione. Il brano presenta inoltre delle sezioni con armonie inusuali e dissonanti.
  • A Saucerful Of Secrets. Il brano più eloquente. Nelle prime due parti il rumore è il grande protagonista, è la musica. Rumori di piatti, gruppi di note casuali al piano, glissandi, echi, e quant’altro.
  • Careful With That Axe Eugene. Anche qui la parte del rumore è affidata prevalentemente alla voce. Soprattutto l’urlo e tutti gli altri interventi vocali di Waters. Ma anche la parte strumentale centrale, distorta ed invasata.
  • Quicksilver, Sysyphus, The Grand Vizier’s Garden Party. Brani quasi esclusivamente basati sul rumore. Particolarmente interessate la seconda parte di Sysyphus, un brano per pianoforte che inizia in maniera “classica”, per poi degenerare progressivamente in violenti rumori di corde metalliche.
  • Several Species. Il culmine dell’uso rumoristico della voce da parte di Waters.

Il rumore inteso come contesto ambientale, la seconda categoria, è presente in quasi tutta la discografia dei Pink Floyd. Di esempi ce ne sono davvero tanti. Ne cito solo alcuni fra i più significativi:

  • Alan’s Psychedelic Breakfast. Forse l’esempio più magistrale, i suoni della colazione costituiscono l’ambiente ideale per tre brani strumentali “discreti”.
  • Cirrus Minor, Grantchester Meadows. In questi brani i suoni ambientali degli uccelli ed i rumori della natura conferiscono una particolare ambientazione psicoacustica.
  • Sheep. Il belato del gregge di pecore e le preghiere filtrate forniscono il contesto ambientale opprimente del brano.
  • Nobody Home. In The Wall e The Final Cut (inclusi i dischi solisti successivi di Waters) viene fatto un uso praticamente sistematico dei rumori ambientali. Si tratta in genere di ambientazioni che enfatizzano il realismo e la drammaticità dei brani. Un uso talmente particolare e raffinato da diventare “marchio di fabbrica”. Ho scelto Nobody Home in quanto lo ritengo fra i più riusciti. Il televisore acceso in sottofondo contribuisce magistralmente a creare quella atmosfera di solitudine, alienazione e distacco, espressa del brano stesso.

(photo by pablosanz)

Thursday, September 18th, 2008

Richard Wright (1943-2008)

Filed under: Musica, Pink Floyd, Richard Wright
Written by: mazapegul @ 9:45 pm

richard-wright.jpgIl 15 settembre 2008 muore Richard William Wright, membro fondatore storico dei Pink Floyd. Nonostante il suo nome sia meno noto dei più celebri Waters e Gilmour, il tastierista è stato in realtà il maggiore responsabile della “magia” del suono Pink Floyd negli anni d’oro, dopo la dipartita di Syd Barrett. Stiamo parlando degli anni 1968-1971.

Non esistono virtuosismi nella tecnica strumentale di Wright in quegli anni, esiste un grande gusto per le atmosfere ed i colori del suono. Per quanto riguarda molti aspetti del suo stile, Wright è stato un pioniere. Fu infatti uno dei primi tastieristi a sperimentare con ogni sorta di effetti per la modulazione del suono, applicati alle tastiere: tremolo, vibrato, echi, wah-wah, Leslie, etc. Spesso lo si vedeva suonare solo con la mano destra, mentre la mano sinistra era costantemente impegnata a modulare e a “colorare” il suono.

Wright, musicista rock, era affascinato dal jazz e dalla musica contemporanea di compositori quali Cage e Stockhausen. Fu lui anche il maggior sostenitore del progetto Ummagumma (1969), il vero grande capolavoro del gruppo. Il brano Sysyphus, composto interamente da Wright e pubblicato nel doppio album Ummagumma, rimane uno dei più fulgidi esperimenti musicali mai pubblicati in ambito rock. Lo stile di Wright, ed in generale il suono Pink Floyd di quel periodo, finì per influenzare in modo decisivo diversi artisti adepti al rock più sperimentale, fra i quali: Tangerine Dream, Popol Vuh, Klaus Schulze.

Anche se il suo contributo artistico non si è mantenuto ai livelli di eccellenza di quegli anni, si possono tuttavia trovare pregevoli interventi strumentali anche in The Dark Side Of The Moon (1973), Wish You Were Here (1975) ed Animals (1977).

La magia delle sue esecuzioni rimane intatta, oggi come allora: la melodia rarefatta e atmosferica nella parte centrale di Astronomy Domine (Ummagumma); il crescendo vertiginoso dal sapore orientale in Set The Controls For The Heart Of The Sun (Ummagumma); le atmosfere misteriose, atonali e rumoristiche nel brano A Saucerful Of Secrets; le sperimentazioni audaci e devastanti nella già citata Sysyphus; le pagine atmosferiche strumentali incise per il film Zabriskie Point, poi scartate dalla colonna sonora. Questo e molto altro è quello che ci resta della sublime sensibilità musicale di Richard Wright.

È morto uno dei grandi strumentisti del rock. Uno di quelli che hanno fatto la differenza.

Addio Rick!

Friday, August 29th, 2008

A Saucerful Of Secrets

Filed under: Dirty Three, Musica, Pink Floyd, Spring Heel Jack, Ustr?ga
Written by: mazapegul @ 10:49 pm

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A Saucerful Of Secrets, la mini suite pubblicata nell’omonimo album dei Pink Floyd, è uno dei brani più influenti nella storia del rock, per quanto riguarda le frange più sperimentali si intende. Intere scene musicali hanno un debito con questa geniale intuizione musicale dei Pink Floyd, in particolare il rock tedesco degli anni ’70. A 40 anni di distanza dalla sua prima pubblicazione, vi sono ancora artisti influenzati, consapevolmente o meno, da questo brano. Ne evidenzio due in particolare (anzi tre), due brani di grande fascino e spessore, che possono essere concettualmente collegati ad ASOS. Non si tratta di plagio, cover o roba simile. I due brani, di cui consiglio vivamente l’ascolto, sono assolutamente originali e brillano di luce propria. Oltre ad appartenere a generi diversi. In entrambi i brani ritroviamo tuttavia lo sviluppo dei temi musicali in tre parti principali (anche se ASOS è solitamente scomposta in quattro parti), con una esposizione atmosferica incentrata sulla timbrica dei suoni, che alterna tensione a violenza sonora con largo uso del rumore, per risolvere infine in un movimento melodico epico.

I Offered It Up To The Stars And The Night Sky (13:42)
Dirty Three – Whatever You Love, You Are (2000)

Questa mini suite del trio di Melbourne è un brano concettualmente minimalista, suddiviso idealmente in tre parti. La prima parte è un loop di scale eseguite col violino. Si tratta in realtà si una singola scala ascendente sospesa, che si addensa progressivamente su se stessa in una moltitudine di strati. Il loop chiude con una sovrapposizione di melodie minimali. Dalla atmosfera ascetica del primo movimento si passa all’atmosfera inquieta e tenebrosa della seconda parte. Il brano si sviluppa su due singole note di chitarra e batteria minimale, con interventi stridenti di violino. Il clima di attesa, inizialmente rarefatto, diventa via via più denso e dissonante. La tensione cresce progressivamente fino a liberarsi nell’epico tema melodico della terza parte. In un primo momento il tema viene solo anticipato, subito interrotto da un’altro periodo di tensioni e dissonanze. La terza parte ripropone lo stesso tema precedentemente anticipato, il violino esegue linee melodiche in continua sovrapposizione su registri sempre più alti, mentre le sonorità si fanno progressivamente più rozze e distorte. Nel finale rimane un’orgia di suoni integralmente devastata dalle distorsioni. Un tour de force inaudito, insieme epico e devastante.

Part 2 (39:16)
Spring Heel Jack – Live (2003)

Con questo brano ci spostiamo su altri territori. Spring Heel Jack è una formazione eclettica, che fonde molteplici elementi musicali. Si va dal free jazz all’avant garde, dal drum’n'bass allo shoegaze. Generi musicali all’apparenza diametralmente opposti. La prima parte del brano è prevalentemente percussiva, un eccitante duetto di basso e batteria. La seconda parte irrompe come un’esplosione. Una cascata di suoni e rumori, caotica ed atonale. Tutti gli strumenti (fiati, chitarre, tastiere, percussioni) liberano le briglie in un turbine orgiastico. Liberato parte dell’impeto iniziale, si passa ad un momento più propriamente avant jazz. La terza parte inizia con un lento fade-in. È interamente basata su un tappeto continuo di tastiere, ed una lenta sequenza tonale di accordi eseguiti al pianoforte. Ogni accordo scende di una seconda rispetto al precedente, per ricominciare da capo alla fine dell’ottava. L’impressione è quella di una melodia che continua a scendere senza soluzione di continuità. Una melodia toccante ed infinita. Questa base musicale (20 minuti!) fa da tappeto ad interventi strumentali continui e dissonanti, in un crescendo progressivo che arriva a seppellire la base. Esaurite le risorse melodiche, il brano si spegne lentamente.

Terrmuq Pt. I,II,III (18:53)
Ustr?ga – Rubbil (2006)

Questo è il terzo brano a cui ho fatto accenno in precedenza. Anche quì l’influenza di ASOS, più o meno consapevole, è evidente. Questo lo posso linkare per per intero, essendo una composizione mia e di Ettore:

terrmuq I
terrmuq II
terrmuq III

Sunday, November 18th, 2007

Pink Floyd: More

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 9:23 pm

more.jpg More (1969) è un album dei Pink Floyd a pieno titolo. Secondariamente anche una colonna sonora. Si tratta di una tappa fondamentale nella ricerca musicale del gruppo, portata a compimento nel successivo e monumentale Ummagumma. Ad oltre 35 anni dalla sua pubblicazione, l’album mantiene inalterato tutto il suo fascino, in quel magico equilibrio fra disarmante semplicità ed audacia compositiva, dove si alternano struggenti ballate semiacustiche a brani disorti e rabbiosi (anche se qualche piccolo episodio poteva essere risparmiato). Waters mette la firma sulla maggior parte dei brani, mentre Gilmour, appena assestatosi nella formazione, è finalmente una presenza che si fa sentire.
More è il disco più ingiustamente sottovalutato dei Pink Floyd.

Cirrus Minor
L’album apre con questa affascinante ballata psichedelica semiacustica. L’atmosfera è vagamente pastorale, col canto degli uccelli che introducono ed accompagnano il brano. La voce intona una melodia discendente e delicata, che sul finale si allontana immersa nel riverbero. Le tastiere di Wright si sovappongono nella sublime parte strumentale, in una atmosfera magica e misteriosa, quasi a volerti trascinare nel viaggio.

The Nile Song
L’atmosfera viene immediatamente spezzata da questo vortice furioso e distorto (da far impallidire gli hard rocker dell’epoca). Cantato delirante, voce urlata, assoli mozzafiato, muro di chitarre distorte, batteria pesa. un punk-metal prima ancora che fosse stato inventato. Non ci saranno altri episodi altrettanto duri nell’intero repertorio dei Pink Floyd.

Crying Song
Un brano quieto e melodico a contrastare l’atmosfera rabbiosa del brano precedente. Una cantilena dolce e lamentosa.

Up The Khyber
Un brano sperimentale, audace e dirompente. Mason e Wright si sbizzarrisco con libertà. Il primo con patterns di batteria ossessivi, il secondo con sovrapposizioni di dissonanze armoniche, pianistiche ed organistiche. Il tutto in un mixaggio stereofonico da capogiro.

Green Is The Colour
Una tenera ballata semiacustica dal sapore folk. Un brano affascinante nella sua semplicità, che verrà incluso regolarmente nel repertorio dal vivo del gruppo.

Cymbaline
Il brano, dalla atmosfera più cupa ed onirica dei precedenti, sfoggia una delle melodie più affascinanti di tutto il repertorio Pink Floyd. La voce calda ed armoniosa di Gilmour è accompagnata in modo rarefatto da pianoforte, chitarra acustica e percussoni. Gli organi atmosferici di Wright impreziosiscono il brano nella coda strumentale. Anche questo verrà incluso regolarmente nel repertorio dal vivo, in una versione più estesa.

Party Sequence
Breve intermezzo strumentale dal sapore etnico, basato sulle percussioni.

Main Theme
Il tema principale della colonna sonora. Un interessante brano d’atmosfera strumentale, con largo spazio alle tastiere di Wright.

Ibiza Bar
Un poderoso rock blues chitarristico, nella migliore tradizione Cream.

More Blues
Un blues strumentale scarnificato, giocato sulla ripetuta entrata ed uscita della batteria.

Quicksilver
Brano strumentale atmosferico per definizione e fortemente sperimentale, il più lungo dell’album. L’atmosfera che si respira è a metà strada fra il brano A Saucerful Of Secrets e Sysyphus. Il brano è introdotto da sfregamenti di corde metalliche, per poi lasciare il posto ad un periodo atmosferico atonale, eseguito dal vibrafono e continui interventi di gong. Dei rumori simili a dei sonagli anticipano un secondo periodo dominato dagli intrecci melodici sospesi dell’organo. I suoni si dispiegano e sovrappongono, dipingendo paesaggi musicali ora sinistri, ora eterei. Il periodo culmina in un intenso intervento di gong per poi diventare progressivamente più rarefatto, fino a spegnersi nel finale.

A Spanish Piece
Un intermezzo di flamenco che si poteva evitare.

Dramatic Theme
Chiude l’album questo brano strumentale, che riprende il tema principale della colonna sonora. Tema che viene però straziato dai lenti glissandi della chitarra, lontana e distorta.

Wednesday, October 17th, 2007

Syd Barrett: Barrett

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review, Syd Barrett
Written by: mazapegul @ 10:36 pm

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The Madcap Laughs uscì nel gennaio del ’70. Barrett, secondo ed ultimo album solista di Syd, fu pubblicato nel novembre dello stesso anno. Quest’ultimo ha avuto una gestazione meno problematica e più spedita rispetto al precedente. È ancora Gilmour, nelle vesti di produttore, a rendere possibile la realizzazione di questo secondo lavoro. Gilmour collaborò inoltre come polistrumentista, insieme a Wright alle tastiere. Come è avvenuto per The Madcap Laughs, i brani sono tutte composizioni di Barrett, tutte le parti cantate e le parti soliste di chitarra sono anch’esse le sue. L’album, che risulta essere più compiuto, meno discontinuo ed in generale più accessibile rispetto al suo predecessore, sfoggia un’altra serie di brani affascinanti ed irripetibili. Ora semplici e delicati, ora stralunati e nevrotici. In ogni caso sempre inusuali e bizzarri, come ci ha abituato la sensibilità artistica dell’autore. Per quanto se ne dica, l’album ha la statura del capolavoro, e, insieme al lavoro precedente, si rivelerà di fondamentale importanza nell’evoluzione del songwriting, e per la musica in generale. Due album che hanno fatto storia.
Dopo questo secondo lavoro non ci saranno altri capitoli, raccolte di inediti a parte (tipo Opel, pubblicato nel 1988). Barrett , di lì a poco, abbandonò completamente le scene musicali.

Baby Lemonade
Una breve introduzione di sola chitarra apre il brano. Si tratta di un brano piuttosto orecchiabile, nonostante qualche “irregolarità” armonica. Un piccolo classico e una delle melodie più celebri di Barrett.

Love Song
Una intensa ballata melodica di disarmante semplicità. Impreziosita dagli arrangiamenti di tastiere.

Dominoes
Quì cambiano decisamente i toni. Si tratta di brano più atmosferico, con struttura ed arrangiamento del tutto inusuali. Il cantato si sviluppa ossessivo su una struttura armonica modale discendente, con tono quasi remissivo. La chitarra solista accompagna per tutto il brano incisa alla rovescia, contribuendo aumentare la tensione drammatica. Le tastiere tengono in piedi il tessuto armonico atmosferico, nella coda eseguono un contrappunto con la chitarra solista. Il brano è il capolavoro nel capolavoro.

It’s Is Obvious
Brano melodico ripetitivo, una cantilena non sense.

Rats
Un blues monocorde, particolarmente ossessivo e paranoico. Il canto di Barrett si dispiega libero, tirando fuori incubi e fantasmi, con guizzi melodici improvvisi. Un blues tutt’altro che classico ma così vicino, nello spirito, al delta blues delle origini. Un brano notevole.

Maisie
Altro blues monocorde, particolarmente cupo, prevalentemente parlato con voce baritonale.

Gigolo Aunt
Altro brano melodico alla Barrett, e un’altro piccolo classico.

Waving My Arms In The Air – I Never Lied To You
Due brani collegati. Il primo sfoggia una delle melodie più memorabili in assoluto, di Barrett ed in generale. Il cantato incede su registri baritonali per poi crescere progressivamente di incisività ed intensità drammatica, spostandosi su registri più acuti. La melodia non segue principi di strofa e ritornello, ma si sviluppa in modo progressivo.
I Never Lied To You è collegata nel finale, il ritmo rallenta gradualmente e la voce intona una melodia altrettanto intensa, che scende ancora sui registri bassi.

Wined an Dined
Altro brano semplice, delicato e di indubbio fascino.

Wolfpack
Un brano erratico, ritmicamente discontinuo. Particolarmente nervoso ed ossessivo, a tratti quasi delirante. Forse il momento più atipico dell’album.

Efferveshing Elephant
Brano composto da Syd all’età di 16 anni (secondo la leggenda). Si tratta di specie una favola infantile, arrangiata con tanto di trombone. Chiude l’album nel modo migliore, spostando drasticamente i toni in territori ironici e fiabeschi.

Friday, September 14th, 2007

Pink Floyd: Ummagumma

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 9:06 pm

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Quarto album dei Pink Floyd, Ummagumma (1969) rappresenta l’apice assoluto della prima fase del gruppo, quella più sperimentale e di ricerca. L’album è anche da cosiderarsi fra le più ambiziose opere rock mai pubblicate. Ummagumma, in seguito fortemente criticato dai suoi stessi autori, si rivelerà come una pietra miliare. Uno di quei lavori che hanno aperto nuove porte, infranto barriere, influenzato generazioni di musicisti alternativi, e spianato la strada ad interi filoni musicali di grande rilievo (Corrieri Cosmici tedeschi in primis).
Il monumentale lavoro è suddiviso in due parti. La prima contiene materiale registrato prevalentemente dal vivo e già edito in precedenza. La seconda contiene invece materiale originale registrato in studio, dove ognuno dei quattro componenti del gruppo si gestisce un quarto dello spazio.

LIVE ALBUM

Il disco raccoglie quattro fra i loro più avvincenti cavalli di battaglia di quel periodo. A due anni dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, il suono del gruppo si è in realtà profondamente evoluto. Lo stile chitarristico di Gilmour, che sostituì Barrett nel ’68, è forse meno fantasioso di quello del suo predecessore, ma tecnicamente più completo e versatile. Il drumming di Mason è diventato più potente e dinamico, di grande effetto nell’alternare situazioni rarefatte a situazioni sature, con abbondante uso di piatti. Ma l’elemento chiave della metamorfosi sonora del gruppo è soprattutto Wright, molto più attento alla composizione e dallo stile tastieristico decisamente più atmosferico. Tutti i brani sono inoltre più dilatati nelle versioni live, con largo spazio ai momenti di improvvisazione strumentale.

(more…)

Wednesday, September 5th, 2007

Syd Barrett: The Madcap Laughs

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review, Syd Barrett
Written by: mazapegul @ 12:35 am

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Syd Barrett, con il primo album dei Pink Floyd e i due lavori solisti pubblicati nel ’70 (The Madcap Laughs e Barrett), si guadagna un posto fra i massimi artisti rock di sempre. Barrett è stato un inventore, il suo stile di songwriting ha esercitato e continua ad esercitare una forte influenza su diverse generazioni di artisti.

Nell’opera di Barrett c’è qualcosa che la rende inattaccabile, sia dalle mode che dal tempo che passa. Neanche l’avvento del punk e della new-wave (non esattamente gentili nei confronti dei dinosauri tipo Pink Floyd) ha scalfito la figura dell’artista. Tutt’altro, è stato ed è rimasto uno stabile punto di riferimento.

The Madcap Laughs (1970) è un progetto dalla gestazione lunga e difficoltosa, dovuta in gran parte alla instabilità psichica dell’autore. È stato avviato sotto la produzione di Peter Jenner nel ’68, per poi passare per le mani di Malcom Jones (avvalendosi della sezione ritmica dei Soft Machine), ed infine completato da Gilmour e Waters in tempi relativamente brevi (il buon Gilmour era probabilmente l’unico in grado di portare a termine una similie “impresa”). I brani prodotti da questi ultimi sono di conseguenza poco arrangiati, spesso solo chitarra e voce.

Il disco, pubblicato a circa tre anni di distanza dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, rivela quanto sia nel frattempo cambiata la sensibilità dell’artista. Le cavalcate psichedeliche degli esordi lasciano ora il posto a ballate intimiste e stralunate, di rara intensità espressiva. Il disco sfoggia, uno dietro l’altro, gioelli irripetibili: la cadenza lenta e paranoica di Terrapin, le bizzarrie strumentali di No Good Trying, la filastrocca surreale di Love You, la ballata serena e rilassata di Here I Go, la schizofrenia di Octopus, la semplice e dolce Golden Hair (con parole tratte da una poesia di Joyce), le ballate acustiche intimiste di She Took A Long Cold Look e Feel, le eccentricità infantili di If It’s In You, la ballata notturna di Late Night.

No Man’s Land, con la sua melodia ipnotica immersa nelle sature distorsioni chitarristiche, è uno dei vertici del disco. Questo brano in particolare è da considerarsi fra i più fulgidi precursori dello Shoegaze, uno dei generi più interessanti e creativi emersi in UK negli anni ’80 (reso celebre da Jesus And Mary Chain e soprattutto da My Bloody Valentine).

Dark Globe è una ballata intensa e sofferta, arrangiata solo con chitarra e voce. Il brano è caratterizzato da continui cambi di tempo, che esasperano il senso di disperazione espresso dal brano stesso.

Long Gone è un’altra affascinante ballata acustica sotterranea, caratterizzata da un cantato cupo e baritonale. Il brano, con le sue discese sui registri bassi, esprime un inquietante senso di fatalità, a dimostrare quanto l’artista fosse sempre perfettamente cosciente della sua condizione esistenziale.

Michelangelo Antonioni: Zabriskie Point

Filed under: Cinema, Michelangelo Antonioni, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 12:11 am

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Dopo oltre 35 anni dalla sua uscita, il film rimane quell’oggetto strano, dagli schemi narrativi del tutto inusuali, sfuggente, amato per quanto odiato sia dal pubblico che dalla critica, specie da quella americana (almeno così leggo). Un film troppo spesso franinteso.

Il film è ambientato a Los Angeles, durante le contestazioni giovanili dei fine anni ’60 anche se, come spesso accade nel cinema di Antonioni, la storia deraglia presto in altri territori, spiazzando lo spettatore. La pellicola si fa visionaria, profonda e devastante. Il film non è esattamente un atto d’accusa alla fabbrica di morte che è l’establishment, è ancora più feroce. È piuttosto la profezia della sua catastrofe, l’autopsia del cadavere, la celebrazione del funerale.

La pellicola ha un’impatto visivo imponente, che culmina nella visionaria scena d’amore: uomini e donne si amano nel desesto, impegnati solo a giocare col proprio corpo, in mezzo al nulla (la vita celebrata col suo gesto più puro, in contrasto con la fabbrica di morte). Ma ancora più imponente è la scena finale dell’esplosione della villa, presa come simbolo dell’establishment (la scena è immaginata dalla ragazza). Le esplosioni si susseguono in serie da angolature diverse e sempre più ravvicinate. Le immagini vengono poi rallentate e vivisezionate. Gli oggetti simbolo del benessere borghese (televisori, frigoriferi, guardaroba, libri, alimentari vari, ecc.) librano sospesi nel vuoto per effetto dell’esplosione, privati della loro funzione, solo brandelli e macerie. Ad aumentarne l’impatto contribuisce la musica ipnotica/invasata dei Pink Floyd che commenta la sequenza (Come In Number 51, Your Time Is Up).

Non si tratta di una storia d’amore, ne’ di un film sulle contestazioni studentesche, anche se da una analisi superficiale vi si può leggere questo. È in realtà un film profetico e apocalittico, che ricorda più i grandi disastri biblici che le rivolte sociali. Stà quì la grande ferocia espressa dal film, che ti entra nell’anima e ne esci come liberato, purificato.

(Photo (c) 1970 Metro-Goldwyn-Mayer)

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