L’orda lorda
Dalle note di copertina:
Quando gli “albanesi” eravamo noi, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia, ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci accusavano di essere tutti mafiosi e criminali. Quando gli “albanesi” eravamo noi, vendevamo i nostri bambini agli orchi girovaghi, gestivamo la tratta delle bianche, seminavamo il terrore anarchico ammazzando capi di stato e poveri passanti ed eravamo così sporchi che ci era interdetta la sala d’aspetto di terza classe. Quando gli “albanesi” eravamo noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti. Quando gli “albanesi” eravamo noi, era solo ieri.
L’Orda di Gian Antonio Stella racconta l’odissea dei migranti italiani nell’ultimo paio di secoli. Un viaggio nei pezzi di storia dimenticati, quando non occultati. Un libro che consiglio a tutti. In particolare a quella “brava gente” che non manca di provare senso di indignazione e disprezzo nel vedere inserita nella propria comunità persone con la pelle di un altro colore, con una cultura diversa, o che credono in un Dio diverso. A quella “brava gente” che all’occasione non manca di sputare sentenze e stereotipi idioti contro intere comunità: «Incivili, ladri, violentatori, terroristi dentro. Tutti uguali!». Infine ai seminatori di odio, quella “brava gente” che non disdegna di cavalcare il delirio xenofobo per la propaganda elettorale e per accaparrarsi brandelli di potere.
Cito dall’introduzione:
Nessuna confusione. Una cosa è la legittima scelta di un paese di mantenere la propria dimensione, le proprie regole, i propri equilibri, un’altra giocare sporco sui sentimenti sporchi dicendo come Umberto Bossi che «nei prossimi dieci anni porteranno in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Una cosa è sbattere fuori quei musulmani che puntano al rovesciamento violento della nostra società, un’altra spargere piscio di maiale sui terreni dove dovrebbe sorgere una moschea. Una cosa irrigidire i controlli sugli albanesi che ormai rappresentano un detenuto su tre fra gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane, un altro dire che tutti gli albanesi sono ladri o papponi. Vale per tutti, dall’Australia alla Patagonia. Ma più ancora, dopo decenni di violenze e stereotipi visti dall’altra parte, dovrebbe valere per noi. Che dovremmo ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigrati coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola. Quella che prende alla pancia rievocando i secoli bui, la grande paura, i barbari, Attila, gli Unni con la carne macerata sotto la sella: l’orda.







