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Sunday, July 6th, 2008

Radiohead: OK Computer

Filed under: Musica, Radiohead, Review
Written by: mazapegul @ 10:42 pm

okcomputer.jpg I listened to “OK Computer” again, after about eight years. Not a masterpiece, OK, but after more than a decade it still convincing. The songs average is pretty high, and few of them are actually superb: Exit Music (For A Film), Climbing Up The Walls and Lucky.

Some critics called it “The Dark Side Of The Moon” of the 90s. I think it’s a pretty unfair statement, “OK Computer” is much better than that.

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Tuesday, December 25th, 2007

David Torn: What Means ‘Solid’, Traveller?

Filed under: David Torn, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 1:42 pm

whatmeans.jpgDavid Torn è da considerarsi fra i chitarristi elettrici più dotati ed originali attualmente in circolazione, sia dal punto di vista compositivo che prettamente tecnico. Il suo stile riesce a fondere il virtuosismo tecnico di chitarristi quali Robert Fripp, Fred Frith o Bill Frisell, con l’irruenza sovversiva di Jimi Hendrix. Caratteristiche tecniche che vanno poi unite ad uno stile compositivo sperimentale e radicale, che spazia dal prog al blues, dal jazz alla musica ambientale. Fortemente personale è anche la sua ricerca timbrica, eloquente è ad esempio la sonorità iper-distorta/gracchiante di chitarra, che ottiene mandando il microfono di ripresa al limite della saturazione (utilizzando perciò volumi disumani, una operazione capace di mandare in paranoia fonici e tecnici del suono). “What Means ‘Solid’, Traveller?” (1996) viene pubblicato dopo una serie di collaborazioni con altri artisti, ed è il secondo volume (il primo è l’altrettanto ottimo “Tripping Over God”) di un progetto che vede Torn in completa autonomia nel processo della creazione musicale, dalla composizione al mixaggio, avvalendosi di limitati interventi da parte di alcuni amici.
“La mia musica è lacerata”, esattamente così lui stesso la introdusse prima di un concerto in Italia. Definizione particolarmente appropriata, e non solo perchè “torn” in inglese significa appunto lacerato.

Il riff atonale e devastante di Spell Breaks With The Weather, che segue una breve nenia ambientale, fa capire in fretta che aria tira. Si tratta un brano dal ritmo serrato ed ossessivo, nella prima parte. Nella seconda parte l’atmosfera è più distesa, sviluppata su sequenze armoniche dal sapore prog e soli chitarristici che si addensano. Nel finale torna il riff della prima parte, interrotto però bruscamente.

Seguono i bizzarri sapori prog/mediorientali di What Means Solid, Traveller?, con interventi vocali distorti (eseguiti da Torn).

Basato su dei loops spettrali ed ossessivi, Such Little Mirrors si sviluppa con temi di chitarra distesi e raffinati, melodicamente sospesi, che si sovrappongono nella seconda parte.

È la volta di Tiny Burns A Bridge, uno degli apici del disco. Un bluesaccio alla Torn, viscerale come il delta blues originale, ma con massiccie ed improvvise dosi di distorsioni psichedeliche. Il brano, cantato con voce distorta, inizia in modo rarefatto e teso, persino con intermezzi di mandolino. La tensione trova poi il suo sfogo naturale nella parte finale, con un assolo di chitarra slide selvaggio e sofferto, come il lamento di un animale moribondo. Un assolo che si colloca direttamente fra i più significativi del rock di sempre.

Gidya Hana è introdotto da una chitarra iper-distorta. Lo sviluppo del brano ricorda i King Crimson di Discipline, ma rimane tuttavia una piccola caduta di tono all’interno dell’album.

Si riparte con il solo di chitarra, possente ed atmosferico, di Each Prince, To His Kingdom, Must Labor To Go, accompagnato da loops di suoni metallici.

Particle Bugs @ Purulia Station è introdotto da cupi suoni ambientali, sviluppandosi poi in una serrata calvata chitarristica a metà strada fra prog e jazz.

I Will Not Be Free… è un’altro blues sanguigno e viscerale, questa volta molto più scarno, eseguito con la sola voce e chitarra dobro.

Segue la chitarraccia atonole iper-distorta di …Til You Are Free, un assolo sfibrato sia nel suono e nelle linee melodiche (con vaghi riferimenti a Jimi Hendrix), su una base ritmica rallentata e lacerata.

Chiudono l’album i 10 minuti abbondanti dell’affascinante Elsewhere, Now Than Waving, un pezzo ambient per definizione. Il brano inizia in modo disteso e minimale, con lente e brevi frasi melodiche che si addensano progressivamente. Il tema melodico principale, eseguito su diversi registri, è una frase discendente dal sapore malinconico. La seconda parte si fa invece più astratta e densa di suoni, per poi chiudere con variazioni sugli armonici naturali del suono fondamentale.

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Monday, November 26th, 2007

M83: Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts

Filed under: M83, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 10:27 pm

m83deadcities.jpgGli M83 sono Anthony Gonzalez e Nicolas Fromageau, un duo di Antibes, Francia. Il CD doppio Dead Cities, Red Seas & Lost Ghosts, secondo lavoro del gruppo, fonde vari generi musicali. In particolare lo shoegaze (My Bloody Valentine in primis), il rock elettronico tedesco dei primi anni ’70 (Kraftwerk, Klaus Schulze) e l’ambient. Il risultato assume tuttavia dei connotati sonori molto personali. Una musica atmosferica prevalentemente strumentale, dal sapore sinfonico e a tratti solenne. Le saturazioni chitarristiche tipiche dello shoegaze, vengono spesso sostituite dai sintetizzatori.

Dopo la breve introduzione di Birds con voce filtrata, Unrecorded ci introduce subito nella giusta atmosfera, con i suoi maestosi incedere di sintetizzatori e chitarre distorte in sottofondo, diventando più rarefatto nella seconda parte.
Run Into Flowers ricorda certe atmosfere My Bloody Valentine, con i sintetizzatori al posto delle chitarre, una lunga introduzione strumentale seguita da un cantato minimale e ripetitivo.
In Church è un brano solenne dal sapore classico ma che ricorda anche Schulze. Apre con un’organo a canne da chiesa e cori, per poi spostarsi su sonorità più sintetiche.
Con America l’atmosfera si fa più drammatica, ritmi ossessivi, voci in sottofondo, e cambi improvvisi.
il sintetizzatore la fa da padrone in On a White Lake, Near a Green Mountain, un brano maestoso, quasi sinfonico, violentato nel finale da acute saturazioni chitarristiche. Uno dei vertici del disco.
Noise è un brano minimale, una chitarra ripete ossessivamente lo stesso accordo per tutto la durata del brano, mentre un sintetizzatore fa altrettanto ripetendo le medesime 4 note. Il brano si sviluppa in modo verticale, sempre più suoni vengono sovrapposti per poi esser investito da una scarica di rumore devastante. Fra i brani migliori del disco.
Be Wild è un’altro brano elettronico minimale che si sviluppa per sovrapposizioni in modo simile al precedente.
In Cyborg la parte melodica è riservata alla chitarra, su un tappeto di sintetizzatori. La chitarra poi esplode in distorsioni lancinanti che sovrastano il tutto, spostando il brano in territori più rock.
0078h è un’altro brano cantato. Ossessivo con la sua voce filtrata, ritmo serrato e sonorità sature.
Un suono continuo fa da tappeto alle sovrapposini melodiche minimali di Gone, ma anche questo è destinato a decollare e ad essere investito da distorsioni e rumori elettronici vari.
Beautiful Can Die è un brano melodico, accompagnato da suoni saturi sintetici, con coro femmile estatico. Ricorda certe atmosfere Sigur Ros. Il brano poi si iterrompe lasciando il posto ad un suono ambientale in lento fade-out, per chiudere infine con la medesima melodia eseguita però in modo dimesso.
La ghost track è un brano ambientale che si sviluppa esclusivamente sulla timbrica, dalle atmosfere cupe come il vento notturno. Sul finale viene puntualmente investito da saturazioni elettriche.

Il secondo CD contiene alcune interessanti bonus tracks, versioni alternative, live, e due video.

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Sunday, November 18th, 2007

Pink Floyd: More

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 9:23 pm

more.jpg More (1969) è un album dei Pink Floyd a pieno titolo. Secondariamente anche una colonna sonora. Si tratta di una tappa fondamentale nella ricerca musicale del gruppo, portata a compimento nel successivo e monumentale Ummagumma. Ad oltre 35 anni dalla sua pubblicazione, l’album mantiene inalterato tutto il suo fascino, in quel magico equilibrio fra disarmante semplicità ed audacia compositiva, dove si alternano struggenti ballate semiacustiche a brani disorti e rabbiosi (anche se qualche piccolo episodio poteva essere risparmiato). Waters mette la firma sulla maggior parte dei brani, mentre Gilmour, appena assestatosi nella formazione, è finalmente una presenza che si fa sentire.
More è il disco più ingiustamente sottovalutato dei Pink Floyd.

Cirrus Minor
L’album apre con questa affascinante ballata psichedelica semiacustica. L’atmosfera è vagamente pastorale, col canto degli uccelli che introducono ed accompagnano il brano. La voce intona una melodia discendente e delicata, che sul finale si allontana immersa nel riverbero. Le tastiere di Wright si sovappongono nella sublime parte strumentale, in una atmosfera magica e misteriosa, quasi a volerti trascinare nel viaggio.

The Nile Song
L’atmosfera viene immediatamente spezzata da questo vortice furioso e distorto (da far impallidire gli hard rocker dell’epoca). Cantato delirante, voce urlata, assoli mozzafiato, muro di chitarre distorte, batteria pesa. un punk-metal prima ancora che fosse stato inventato. Non ci saranno altri episodi altrettanto duri nell’intero repertorio dei Pink Floyd.

Crying Song
Un brano quieto e melodico a contrastare l’atmosfera rabbiosa del brano precedente. Una cantilena dolce e lamentosa.

Up The Khyber
Un brano sperimentale, audace e dirompente. Mason e Wright si sbizzarrisco con libertà. Il primo con patterns di batteria ossessivi, il secondo con sovrapposizioni di dissonanze armoniche, pianistiche ed organistiche. Il tutto in un mixaggio stereofonico da capogiro.

Green Is The Colour
Una tenera ballata semiacustica dal sapore folk. Un brano affascinante nella sua semplicità, che verrà incluso regolarmente nel repertorio dal vivo del gruppo.

Cymbaline
Il brano, dalla atmosfera più cupa ed onirica dei precedenti, sfoggia una delle melodie più affascinanti di tutto il repertorio Pink Floyd. La voce calda ed armoniosa di Gilmour è accompagnata in modo rarefatto da pianoforte, chitarra acustica e percussoni. Gli organi atmosferici di Wright impreziosiscono il brano nella coda strumentale. Anche questo verrà incluso regolarmente nel repertorio dal vivo, in una versione più estesa.

Party Sequence
Breve intermezzo strumentale dal sapore etnico, basato sulle percussioni.

Main Theme
Il tema principale della colonna sonora. Un interessante brano d’atmosfera strumentale, con largo spazio alle tastiere di Wright.

Ibiza Bar
Un poderoso rock blues chitarristico, nella migliore tradizione Cream.

More Blues
Un blues strumentale scarnificato, giocato sulla ripetuta entrata ed uscita della batteria.

Quicksilver
Brano strumentale atmosferico per definizione e fortemente sperimentale, il più lungo dell’album. L’atmosfera che si respira è a metà strada fra il brano A Saucerful Of Secrets e Sysyphus. Il brano è introdotto da sfregamenti di corde metalliche, per poi lasciare il posto ad un periodo atmosferico atonale, eseguito dal vibrafono e continui interventi di gong. Dei rumori simili a dei sonagli anticipano un secondo periodo dominato dagli intrecci melodici sospesi dell’organo. I suoni si dispiegano e sovrappongono, dipingendo paesaggi musicali ora sinistri, ora eterei. Il periodo culmina in un intenso intervento di gong per poi diventare progressivamente più rarefatto, fino a spegnersi nel finale.

A Spanish Piece
Un intermezzo di flamenco che si poteva evitare.

Dramatic Theme
Chiude l’album questo brano strumentale, che riprende il tema principale della colonna sonora. Tema che viene però straziato dai lenti glissandi della chitarra, lontana e distorta.

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Saturday, November 3rd, 2007

Yume Bitsu: Yume Bitsu

Filed under: Musica, Review, Yume Bitsu
Written by: mazapegul @ 9:51 pm

yume_bitsu.jpg Yume Bitsu è un progetto formato nel 1998 a Portland, Oregon. La formazione comprende: Jason Anderson (batteria), Alex Bundy (tastiere), Adam Fokener (chitarre, voce), Franz Prichard (chitarre). Con Yume Bitsu (2001), il loro secondo omonimo lavoro, il gruppo si candida fra i massimi esponenti della post-psichedelia, elevando il guitar-noise a considerevoli livelli di espressività subliminale. L’album, che è un diretto discendente dello shoegaze (My Bloody Valentine), non nasconde influenze dei Pink Floyd più atmosferici e dei primi Tangerine Dream. Nel complesso si tratta di un lavoro che appartiene al genere “Ambient”. Le dinamiche dei brani, prevalentemente strumentali con qualche sporadico intervento vocale, si sviluppano essenzialmente sulla timbrica, spaziando da atmosfere rarefatte ad atmosfere estremamente dense, con molteplici strati di chitarre distorte ad occupare lo spazio armonico in modo ampio. Le sonorità tendono tuttavia ad essere piuttosto morbide ed avvolgenti, nonostante raggiungano frequentemente alti livelli di saturazione. Il gruppo, che convince più nelle parti strumentali che in quelle cantate, utilizza la timbrica come un pittore utilizza il colore sulla tela, dipingento paesaggi surreali e ipnotici.

L’album apre con lo strumentale Team Yume. Il brano inizia in modo rarefatto su un bordone continuo di basso. Il tema principale del brano fa la sua comparsa dopo circa 3 minuti, una semplice frase discendende di chitarra immersa nell’eco, che verrà ripetuta per tutto il brano. Nella seconda parte il brano diventa progressivamente più consistente, con stratificazioni di distorsioni chitarristiche modulate dal wha-wha.

I Wait For You inizia come una lenta ballata psichedelica, il canto ricorda (anche troppo) certe atmosfere dei Pink Floyd primi anni ’70. La seconda parte si sviluppa invece su dei singoli ipnotici patterns di tastiere, i quali vengono poi investiti da sovrapposizioni di sonorità sature chitarristiche.

Surface I è un brano ambientale più astratto, introdotto da sonorità cupe ed ossessive. Il brano si sviluppa in lenta metamorfosi per poi disfarsi nel rumore bianco, da deriva cosmica.

Truth e un’altro brano che ricorda, nella parte cantata, certe cose dei Pink Floyd. Il primo momento strumentale viene sviluppato su lente modulazioni di suoni continui sintetici e di chitarra, dall’effetto ipnotico. La seconda parte invece è invasa da un denso ed impenetrabile muro di chitarre.

Surface II è un’altro brano atmosferico astratto. Introdotto da rumori ciclici di basse frequenze, il brano viene sviluppato in modo minimale con estese sonorità sintetiche, pulsazioni e cicaleggi elettronici ripetitivi. Una atmosfera tenebrosa che ricorda da vicino le prime cose dei Tangerine Dream.

L’album chiude con gli oltre 18 minuti di The Frigid, Frigid, Frigid Body Of Dr T.J. Eckleberg. Un lungo periodo strumentale introdude un’altra armoniosa parte cantata, in uno stile simile delle precedenti. Quella che segue è una travolgente mareggiata di sonorità distorte e lacerate, che si intrecciano fra di loro in un inno cosmico. Raggiunto il culmine, il suono inizia a farsi lentamente più rarefatto, con saltuarie scariche di distorsione e fischi di feedback in lontananza, immersi nell’eco.

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Friday, November 2nd, 2007

Johann Sebastian Bach: L’Arte della Fuga

Filed under: Johann Sebastian Bach, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 9:59 pm

bach.jpg

L’Arte della Fuga, opera tarda di Johann Sebastian Bach, fu composta negli anni 1748-1749 e pubblicata dopo la sua morte avvenuta nel 1750. L’opera è una summa di quella rigorosa forma musicale chiamata appunto “fuga”, e rimane fra i più grandi capolavori musicali di tutti tempi.

Bach non indicò strumenti precisi per eseguire queste fughe, sembra che le scrisse come musica fine a se stessa. Non è perciò un caso che l’opera sia stata successivamente interpretata dagli ensemble più disparati: clavicembalo, organo, quartetto d’archi, piccola orchestra, grande orchestra, fiati, pianoforte, ecc. La prima interpretazione che mi procurai fu quella per clavicembalo solo (Die Kunst Der Fuge, Harmonia Mundi Stereo HMI 73037, Gustav Leonhardt cembalo). Non molto più tardi mi procurai anche una versione per piccola orchestra, una per pianoforte ed una per organo, le ultime due interpretate da Glen Gould. l’assimilazione di queste differenti versioni del capolavoro bachiano, rimane una delle esperienze musicali più interessanti che mi sia capitato di fare. Vediamone i motivi.

La fuga è una forma musicale particolarmente utilizzata nel periodo barocco/classico, ma ha influenzato concettualmente anche molta musica dei secoli successivi. Vi sono riferimenti ad alcuni concetti tipici della fuga persino nella dodecafonia di Arnold Schönberg. Tale forma si basa sull’esposizione di un tema melodico denominato soggetto (talvolta anche più di uno). Lo stesso soggetto viene poi utilizzatto per generare altri temi in forma imitativa in modalità e registri diversi, oppure rovesciando tutti gli intervalli melodici e/o invertendo sistematicamente l’ordine delle note. Questi temi, più i relativi controcanti, vengono esposti e sovrapposti in modo alternato su più voci (generalmente quattro). Si tratta di una forma musicale che esige naturalmente una sapiente tecnica contrappuntistica. Per quanto possa essere considerata come una forma musicale particolarmente “rigorosa”, offre in realtà all’autore enormi possibilità. Basti pensare che molte delle fughe presenti nell’opera in questione sono generate dal medesimo soggetto, ma sviluppate in modi totalmente differenti.
Questa è una spiegazione molto a grandi linee, per maggiori informazioni vi rimando alla voce Fuga in Wikipedia. Mi preme però sottolineare che, soprattutto nel caso di Bach, le regole ed i “limiti” di questa forma sono a beneficio di una sublime funzionalità musicale.

La ragione per cui mi procurai la versione per orchestra, era quella di avere una maggiore distinzione delle voci. In tale versione infatti sembra che la mente sia maggiormente stimolata a seguire il groviglio contrappuntistico, mentre nella versione per clavicembalo solo emerge in modo più naturale il risultato armonico globale. Anche se inizialmente la versione per orchestra risultava più godibile, in un secondo momento ho iniziato ad appezzare maggiormente quella per clavicembalo di Leonhardt. La ragione credo risieda nel fatto che tale opera è stata pensata per funzionare come flusso armonico, più che come semplice contrappunto. Certo, anche il contrappunto è pensato per funzionare armonicamente ma, nel caso dell’Arte della Fuga, c’è qualcosa in più. Se il primo approccio all’opera rivela il meraviglioso intreccio melodico, il secondo rivela questo geniale, e talvolta impenetrabile, marchingegno armonico.

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Friday, October 26th, 2007

Matching Mole: Matching Mole

Filed under: Matching Mole, Musica, Review, Robert Wyatt
Written by: mazapegul @ 10:23 pm

matching_mole.jpg

Matching Mole è un progetto formato da Robert Wyatt nel 1972, dopo la sua dipartita dai Soft Machine. La formazione originale comprendeva: Robert Wyatt (mellotron, piano, batteria e voce), David Sinclair (piano e organo), Phil Miller (guitar), Bill MacCormick (basso), Dave McRae (piano elettrico). Il loro primo album, dal titolo omonimo, rimane uno degli album più significativi del Canterbury Sound e del prog-rock in generale. Si tratta di un album estremamente eterogeneo, che passa dalla raffinata ballata melodica, alle sfrenate improvvisazioni jazz-rock, inclusi momenti di sperimentazione pura. Wyatt firma 7 brani su 8, anche se l’album è soprattutto un lavoro di gruppo.

O Caroline è una canzoncina melodica di una semplicità e raffinatezza tutta “wyattiana”. Il tema e l’inciso sono di quelli che ti entrano in testa instantaneamente e non dimentichi più. Arrangiamenti raffinati ed essenziali, mai invasivi, con la calda voce di Wyatt che sovrasta il tutto.

Instant Pussy è invece un brano strumentale più atmosferico, basato su distese frasi ascendenti di basso. Wyatt utilizza la voce come strumento vero e proprio, giocando liberamente con l’echo.

Instant Pussy sfuma gradualmente su Signed Curtain, una scarna canzone melodica arrangiata solo con pianoforte e voce. Il canto di Wyatt si dispiega malinconico, descrivendo punto per punto la canzone stessa: le strofe, gli incisi, i cambi di chiave, ecc., inclusa la ragione per cui perde fiducia nella canzone stessa, interrompendola (“‘Cause it won’t help me reach her…”). Il brano è uno dei vertici del Wyatt melodico, ed una delle più belle melodie in assoluto.

Con Part Of The Dance i toni si spostano su territori più marcatamente prog-rock, ed emerge in modo più chiaro il potenziale del gruppo. Il tema principale è una frase discende ripetuta varie volte all’unisono. Il brano poi si sviluppa su improvvisazioni stile jazz-rock. Gli strumenti si sbizzarisco con libertà in continue invenzioni, senza che nessuno prevalga sull’altro.

Instant Kitten inizia con una serie di nastri rovesciati ai quali si aggiungono dei vocalizzi di Wyatt. La parte centrale, è un’altra audace improvvisazione strumentale, con un notevole solo di organo distorto. Il brano chiude con dei temi melodici sconclusionati eseguiti col solo mellotron, lacerati nel finale.

Dedicated To Hugh, But You Weren’t Listening inizia con cupe sonorità ambientali ed atonali, per poi sfociare in un’altra improvvisazione strumentale jazz-rock, libera ed intrepida alla Matching Mole.

Beer As In Braindeer è un brano più sperimentale. Alterna bizzari interventi strumentali liberi ed atonali, in una atmosfera sempre più caotica e distorta, a metà strada fra il free jazz e l’avanguardia colta. Sul finale la batteria intona un ritmo più definito.

L’album chiude con Immediate Curtain, un brano altrettanto sperimentale ed atonale, basato sul suono del mellotron. Suoni di basso iperdistorti, tastiere e rumori vari intervengono nella prima parte. Il brano prosegue con armonie dissonanti di solo mellotron, per chiudere in una lugubre atmosfera cosmica.

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Wednesday, October 17th, 2007

Syd Barrett: Barrett

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review, Syd Barrett
Written by: mazapegul @ 10:36 pm

barrett.jpg

The Madcap Laughs uscì nel gennaio del ’70. Barrett, secondo ed ultimo album solista di Syd, fu pubblicato nel novembre dello stesso anno. Quest’ultimo ha avuto una gestazione meno problematica e più spedita rispetto al precedente. È ancora Gilmour, nelle vesti di produttore, a rendere possibile la realizzazione di questo secondo lavoro. Gilmour collaborò inoltre come polistrumentista, insieme a Wright alle tastiere. Come è avvenuto per The Madcap Laughs, i brani sono tutte composizioni di Barrett, tutte le parti cantate e le parti soliste di chitarra sono anch’esse le sue. L’album, che risulta essere più compiuto, meno discontinuo ed in generale più accessibile rispetto al suo predecessore, sfoggia un’altra serie di brani affascinanti ed irripetibili. Ora semplici e delicati, ora stralunati e nevrotici. In ogni caso sempre inusuali e bizzarri, come ci ha abituato la sensibilità artistica dell’autore. Per quanto se ne dica, l’album ha la statura del capolavoro, e, insieme al lavoro precedente, si rivelerà di fondamentale importanza nell’evoluzione del songwriting, e per la musica in generale. Due album che hanno fatto storia.
Dopo questo secondo lavoro non ci saranno altri capitoli, raccolte di inediti a parte (tipo Opel, pubblicato nel 1988). Barrett , di lì a poco, abbandonò completamente le scene musicali.

Baby Lemonade
Una breve introduzione di sola chitarra apre il brano. Si tratta di un brano piuttosto orecchiabile, nonostante qualche “irregolarità” armonica. Un piccolo classico e una delle melodie più celebri di Barrett.

Love Song
Una intensa ballata melodica di disarmante semplicità. Impreziosita dagli arrangiamenti di tastiere.

Dominoes
Quì cambiano decisamente i toni. Si tratta di brano più atmosferico, con struttura ed arrangiamento del tutto inusuali. Il cantato si sviluppa ossessivo su una struttura armonica modale discendente, con tono quasi remissivo. La chitarra solista accompagna per tutto il brano incisa alla rovescia, contribuendo aumentare la tensione drammatica. Le tastiere tengono in piedi il tessuto armonico atmosferico, nella coda eseguono un contrappunto con la chitarra solista. Il brano è il capolavoro nel capolavoro.

It’s Is Obvious
Brano melodico ripetitivo, una cantilena non sense.

Rats
Un blues monocorde, particolarmente ossessivo e paranoico. Il canto di Barrett si dispiega libero, tirando fuori incubi e fantasmi, con guizzi melodici improvvisi. Un blues tutt’altro che classico ma così vicino, nello spirito, al delta blues delle origini. Un brano notevole.

Maisie
Altro blues monocorde, particolarmente cupo, prevalentemente parlato con voce baritonale.

Gigolo Aunt
Altro brano melodico alla Barrett, e un’altro piccolo classico.

Waving My Arms In The Air – I Never Lied To You
Due brani collegati. Il primo sfoggia una delle melodie più memorabili in assoluto, di Barrett ed in generale. Il cantato incede su registri baritonali per poi crescere progressivamente di incisività ed intensità drammatica, spostandosi su registri più acuti. La melodia non segue principi di strofa e ritornello, ma si sviluppa in modo progressivo.
I Never Lied To You è collegata nel finale, il ritmo rallenta gradualmente e la voce intona una melodia altrettanto intensa, che scende ancora sui registri bassi.

Wined an Dined
Altro brano semplice, delicato e di indubbio fascino.

Wolfpack
Un brano erratico, ritmicamente discontinuo. Particolarmente nervoso ed ossessivo, a tratti quasi delirante. Forse il momento più atipico dell’album.

Efferveshing Elephant
Brano composto da Syd all’età di 16 anni (secondo la leggenda). Si tratta di specie una favola infantile, arrangiata con tanto di trombone. Chiude l’album nel modo migliore, spostando drasticamente i toni in territori ironici e fiabeschi.

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Thursday, October 11th, 2007

Robert Rich / Lustmord: Stalker

Filed under: Dark ambient, Lustmord, Musica, Review, Robert Rich
Written by: mazapegul @ 11:01 pm

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Stalker (1995), ispirato all’omonimo capolavoro cinematografico di Andrei Tarkovsky, è una collaborazione fra Robert Rich (musicista Ambient) e Brian “Lustmord” Williams (musicista più orientato al genere Industrial/Dark/Ambient). L’album contiene una serie di paesaggi musicali scarni e minimali, tutti collegati tra loro, dove regnano atmosfere misteriose e sinistre. Sonorità da incubo post-industriale, alle volte persino agghiaccianti, riverberi sterminati, echi di voci lontanissime, sviluppi musicali lentissimi. I luoghi immaginari che vengono evocati sono dominati da una sensazione di desolazione e devastazione, dove la vita emerge solo come un eco remoto e frammentario. Un album di musica Ambient che, più che essere “discreta”, sembra risvegliare paure subconscie ancestrali. Una musica inquietante, ma che nello stesso tempo intriga.
Difficile non trovare, in questo capolavoro di musica Dark Ambient, riferimenti alla scuola cosmica tedesca, soprattutto ai primi Popol Vuh e Tangerine Dream (quelli più cupi naturalmente). Anche se rimane un lavoro fortemente personale.

Elemental Trigger
Il brano, introdotto bruscamente da un suono agghiacciante, è strutturato su una lenta e desolata sequenza armonica, investita ripetutamente da oscuri echi di rumori lontanissimi. Nel finale viene come inghiottito da una cascata di pioggia.

Synergistic Perceptions
Atmosfera ancora più scarna ed ambientale. Suoni di goccie d’acqua. Voci sintetiche ascendenti si alternano a cupe sonorità gravi, in un lento crescendo. Nella seconda parte emergono ripetutamente inquietanti echi di lamenti ancestrali, poi interrotti da rumori di tuoni remoti.

Hidden Refuge
In questo brano vengono attraversati vari paesaggi musicali. La prima parte è particolarmente ossessiva, con vari ronzii di insetti ed animali notturni a fare da base ad un teso tema melodico. Nella seconda parte il paesaggio si fa più cupo, con profondi fischi di vento, goccie e cascate d’acqua, richiami di animali, spezzoni di voci umane incomprensibili. La terza parte è invece più astratta, con vampate di rumore bianco e bassi che ricordano il cupo suono del faro.

Delusion Fields
Il brano è basato su un ritmo discontinuo dalla sonorità dissonante. Emergono in continuazione voci remote, tipo cantilene di antiche civiltà tribali, alle quali si aggiungono poi droni di voci gutturali. Nell’ultima parte un flauto intona melodie rarefatte e desolate.

Omnipresent Boundary
Pesaggio sonoro teso e misterioso. Sono alternate sonorità tenebrose, a sonorità stridenti e metalliche. In sottofondo continuano ad emergere oscuri echi di rumori e voci lontane. Nella seconda parte si trasforma in un lungo drone cosmico in lenta metamorfosi, la cui intensità aumenta progressivamente per poi spegnersi in un fischio di vento continuo.

Undulating Terrain
Dal fischio di vento emergono melodie primitive di flauto, le quali evocano luoghi sconfinati di morte e devastazione.

A Point of No Return
Il brano, di natura più astratta, è basato su un poliritmo rarefatto, sul quale vengono sviluppate linee melodiche atonali, in un intrigante intreccio di glissandi ascendenti e discendenti. L’atmosfera viene saltuariamente investita da scariche di rumore bianco. Alla fine rimane solo un rumore di passi che si allontanano sull’acqua.

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Tuesday, October 9th, 2007

King Crimson: In The Court Of The Crimson King

Filed under: King Crimson, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 9:54 pm

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Album d’esordio del gruppo capitanato da Robert Fripp, In The Court Of The Crimson King (1969) è uno dei grandi manifesti del prog-rock europeo, un genere che ha avuto la sua massima espressione nella prima metà degli anni ’70. L’album, pur non potendosi considerare il capostipite assoluto del genere, è sicuramente quello che si impose con maggior impatto, definendo molti degli elementi che in seguito caratterizzeranno il genere stesso. In The Court Of The Crimson King fonde diverse componenti musicali, che vanno dalla musica classica sinfonica alla sperimentazione, dalla ballad melodica al rock “duro”. Il suono dell’album è principalmente caratterizzato dai seguenti elementi: largo uso del mellotron (il genitore del moderno campionatore, i cui “problemi” di intonazione gli conferivano il tipico sapore surreale); la chitarra “fredda”, funambolica e raffinata di Robert Fripp; la voce limpida e potente di Greg Lake (in alcuni casi filtrata); il flauto melodico e fantasioso di Ian McDonald; il drumming libero, a metà fra rock e jazz, di Mike Giles. Il gruppo vanta inoltre, nel suo complesso, notevoli doti tecniche strumentali. Composizioni di grande spessore, unite ad arrangiamenti sempre sofisticati ed essenziali, sono tuttavia la vera forza di questo memorabile esordio.
Pubblicato nell’ottobre del ’69, l’album si impose nel panorama rock come un’opera rivoluzionaria.

21st Century Schizoid Man
Apre l’album il riff chitarristico di 21st Century Schizoid Man, uno dei più memorabili ed incisivi di tutto il rock. Il brano si dispiega in maniera tagliente ed ossessiva, con voce urlata e pesantemente filtrata. Il passaggio cromatico del riff, ripetuto in vertiginosa accellerazione, introduce la lunga jam strumentale con soli funambolici e schizofrenici. Torna il tema cantato nel finale. Il brano chiude nel completo caos strumentale.

I Talk To The Wind
La bellezza delicata ed eterea di I Talk To The Wind si colloca al polo opposto della durezza di 21st Century Schizoid Man. Il brano è costruito su un affascinante tema melodico divinamente arrangiato, con flauto in evidenza.

Epitaph
Altro drastico cambio di umore con l’atmosfera lugubre di Epitaph. Il brano si dispiega scarno e funereo, il sapore fatalista e remissivo del tema melodico, contrasta con i toni quasi disperati dell’inciso. Una composizione che ricorda certe atmosfere del romanticismo russo (Mussorgsky in particolare). Arrangiamenti sempre molto raffinati, col suono del mellotron in grande evidenza nel “pieno orchestrale” dell’inciso. Uno dei vertici dell’album.

Moonchild
Il vertice assoluto dell’album (e forse di tutta la produzione King Crimson) arriva con l’immensa Moonchild, un brano strutturato in tre parti.
Moonchild è magica e senza tempo. La voce filtrata di Lake conferisce al brano un tono surreale, mentre gli arrangiamenti bizzarri ne conferiscono un tono fiabesco. Un brano irripetibile nella sua impalpabile dolcezza notturna.
Seguono le bizzarrie strumentali di The Dream e The Illusion, brani “incompiuti” nella forma, eseguiti con chitarra, vibrafono e percussioni. Liberi “abbozzi” dissonanti che si esprimono come l’equivalente musicale della pittura impressionista.

The Court Of The Crimson King
Chiude l’album il grande affresco epico di The Court Of The Crimson King. Il brano, impreziosito da bizzarri intermezzi strumentali di matrice classica, sfoggia un’altro tema melodico indimenticabile, che culmina nell’atmosfera solenne dell’inciso.

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