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Monday, September 24th, 2007

Robert Fripp: A Blessing Of Tears

Filed under: Musica, Review, Robert Fripp
Written by: mazapegul @ 10:37 pm

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A Blessing Of Tears (1995), secondo volume della serie Soundscapes, raccoglie registrazioni dal vivo tenutesi nel gennaio ’95 in California. L’atmosfera che si respira in questi 8 soundscapes ha qualcosa di mistico e malinconico insieme. I brani sembrano essere più legati alla musica sacra per organo di Bach, più che al genere Ambient (nella sostanza più che nella forma). Si tratta di un lavoro toccante, come raramente capita in questo genere di musica, tendenzialmente caratterizzato da una certa “freddezza”. Una vera e propria preghiera musicale.
Dalle note di copertina: “Redemption is an actual event, and music is one of its voices. Or so it seems to me.” (R. Fripp). L’album è in memoria della madre dell’autore, morta poco prima.

I “paesaggi sonori”, tutti eseguiti con la chitarra synth, sono generalmente strutturati su loop improvvisati, composti da brevi frasi melodiche. I brani iniziano esponendo i temi melodici in modo dilatato e progressivo. Le sovrapposizioni diventano poi via via più compatte, occupando vari registri di frequenze, trasformandosi gradualmente in complessi intrecci contrappuntistici. Fripp alterna vari tipi di sonorità ambientantali, spesso cupe e tenebrose nei registri bassi, più chiare e luminose per i registri alti, utilizzando prevalentemente archi sintetici. Nel complesso le timbriche sono molto calde e vellutate.

The Cathedral of Tears inizia in sordina. Melodie elementari, lontane, iniziano a sovrapporsi nei registri medi, per poi essere circondate da poderose linee melodiche di basso. Il brano espone un complesso intreccio armonico. La seconda parte è caratterizzata da una melodia discente sui registri alti, come un pianto sommesso che conferisce al brano un’aura di fatalità.
First Light è un brano più astratto, strutturato con frasi melodiche relativamente complesse, che si alternano nei registri alti, investite saltuariamente da robuste frasi melodiche sui registri bassi. Un soundscape dall’atmosfera solare.
In Midnight Blue dilaga invece una profonda tristezza e malinconia. Il brano, nel complesso più rarefatto dei precedenti, espone un contrappunto che culmina nella parte centrale, caratterizzato da frasi melodiche discendenti.
Reflection I è un brano dal carattere più indefinito. L’intreccio melodico genera quì armonie globalmente più sospese e dissonanti.
Second Light è un brano sviluppato interamente su un singolo gruppetto molodico di 4 note. Decisamente più rarefatto e minimale dei precedenti, il brano è delicato ed avvolgente come il canto delle sirene.
A Blessing Of Tears si dipana molto lentamente, con bordoni di basso e fischi acutissimi a fare da contorno ad un intreccio melodico in evoluzione. Il brano impiega 3 minuti prima di acquisire una forma “consistente”, per poi svilupparsi in modo imponente e maestoso. è il momento culmine dell’album.
Il breve e quieto Returning I ci riporta in una atmosfera più serena.
Chiude il disco l’atmosfera paradisiaca di Returning II, un soundscape placido e minimale.

Friday, September 14th, 2007

Pink Floyd: Ummagumma

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 9:06 pm

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Quarto album dei Pink Floyd, Ummagumma (1969) rappresenta l’apice assoluto della prima fase del gruppo, quella più sperimentale e di ricerca. L’album è anche da cosiderarsi fra le più ambiziose opere rock mai pubblicate. Ummagumma, in seguito fortemente criticato dai suoi stessi autori, si rivelerà come una pietra miliare. Uno di quei lavori che hanno aperto nuove porte, infranto barriere, influenzato generazioni di musicisti alternativi, e spianato la strada ad interi filoni musicali di grande rilievo (Corrieri Cosmici tedeschi in primis).
Il monumentale lavoro è suddiviso in due parti. La prima contiene materiale registrato prevalentemente dal vivo e già edito in precedenza. La seconda contiene invece materiale originale registrato in studio, dove ognuno dei quattro componenti del gruppo si gestisce un quarto dello spazio.

LIVE ALBUM

Il disco raccoglie quattro fra i loro più avvincenti cavalli di battaglia di quel periodo. A due anni dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, il suono del gruppo si è in realtà profondamente evoluto. Lo stile chitarristico di Gilmour, che sostituì Barrett nel ’68, è forse meno fantasioso di quello del suo predecessore, ma tecnicamente più completo e versatile. Il drumming di Mason è diventato più potente e dinamico, di grande effetto nell’alternare situazioni rarefatte a situazioni sature, con abbondante uso di piatti. Ma l’elemento chiave della metamorfosi sonora del gruppo è soprattutto Wright, molto più attento alla composizione e dallo stile tastieristico decisamente più atmosferico. Tutti i brani sono inoltre più dilatati nelle versioni live, con largo spazio ai momenti di improvvisazione strumentale.

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Monday, September 10th, 2007

Nick Cave & The Bad Seeds: The Firstborn Is Dead

Filed under: Musica, Nick Cave, Review
Written by: mazapegul @ 11:10 pm

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The Firstborn Is Dead (1985) è il secondo capitolo della saga Nick Cave & The Bad Seeds. L’album contiene una serie di blues viscerali, che raccontano storie legate al sud degli Stati Uniti, trasformate dall’autore in una sorta di drammi dai toni biblici. Le sonorità sono estremamente scarne ed essenziali. Il canto procede invasato fra gemiti, convulsioni e repentini cambi di umore (tornano alla mente echi di The Doors e soprattutto Beefheart). La batteria, minimale, picchia come una frusta. Chitarra più impegnata ad emettere rumori metallici che a suonare.
Con le sue cavalcate demoniache ed atmosfere apocalittiche, l’album è uno degli apici del rock cupo e dannato.

Tupelo è introdotta dal rumore del temporale. Un’ostinato di basso accompagna un cantato insistente e tormentato. Il brano decolla in fretta con l’entrata della batteria a scandire un ritmo tribale ed ossessivo, i cori, e la voce di Nick che inizia a grugnire. Una cavalcata infernale.
Say Goodbye to the Little Girl Tree è un blues rarefatto e malato. Un lamento surreale e perduto, votato al suicidio. Il brano accumula tensione, la quale viene liberata nella danza invasata finale.
Tutti gli strumenti ed i cori imitano il ritmo ed il rumore del treno in Train Long-Suffering. Una vertiginosa cavalcata sul mostro d’acciao.
Black Crow King è un gospel dal sapore funebre. Arrangiamento scarno, giocato sui botta e risposta fra voce solista, parlato e cori.
Il dramma tocca l’apice (o il fondo) nel cupo Knockin’ on Joe. Gli arrangiamenti scarni di piano accompagnano questo blues senza speranza. Nick canta nel completo sconforto.
Wanted Man è una cover di un brano di Bob Dylan, stravolta alla Nick Cave ovviamente. Ritmo martellante, cantato convulso e incalzante, voce gutturale, colpi di batteria come sassate. Il tutto in un crescendo continuo e vertiginoso, da lasciar senza fiato.
Blind Lemon Jefferson è un bluesaccio scarno e tetro fino all’esasperazione. Chiude l’album The Six Strings That Drew Blood, un’altro blues anche se completamente stravolto nella forma, nella miglior tradizione Beefheart. Chitarra dalle sonorità fortemente metalliche, che si preoccupa della demolizione delle strutture armoniche e ritmiche. Intromissioni spettrali di vibrafono. Il brano chiude con interventi strumentali del tutto atonali.

Wednesday, September 5th, 2007

Dirty Three: Live! At Meredith

Filed under: Dirty Three, Musica, Review
Written by: mazapegul @ 9:31 pm

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Dirty Three è un trio formatosi a Melbourne, Autralia, nel 1992. La formazione, sprovvista di basso, è composta da Warren Ellis (violino), Mick Turner (chitarra) e Jim White (batteria). Il drumming di Jim e la chitarra di Mick sono estremamente dinamici ed epressivi, ora leggeri e melodici, ora potenti e selvaggi. Il violino di Ellis è l’elemento che più caratterizza il suono del gruppo. Il suo violino spazia da raffinati momenti melodici, degni di uno strumentista classico, ad inimmaginabili sonorità rozze e distorte. La loro musica, essenzialmente strumentale, è una intrigante miscela di folk, psichedelia, avanguardia colta ed altro ancora. Uno dei sound più avvincenti emersi negli anni ’90.

Live! At Meredith (2005) è la registrazione dal vivo al Meredith Music Festival, un concerto che si tenne a Victoria, Australia, l’11-Dec-2004. L’album rende giustizia all’aspetto più orgiastico e selvaggio della musica del trio australiano, quello live appunto. Il loro folk stravolto viene portato volentieri all’eccesso nelle esibizioni live. I brani tendono ad essere più dilatati rispetto alle relative versioni studio, e le sonorità più distorte e sature.

Un feedback di violino distorto e lancinante introduce Indian Love Song. L’accompagnamento è ossessivo e monocorde, passano più di 7 minuti prima di sentire un cambio di accordo. Il violino si sbizzarrisce con sonorità ruvide, distruggendo sul nascere ogni intenzione melodica. Nella ripresa il brano si fa sempre più serrato, in modo vertiginoso. Una vera e propria sarabanda, devastata da fischi e seghe elettriche. Un brano d’apertura che crea decisamente la giusta atmosfera.

Some Summers (They Drop Like Flies) incede con un pizzicato di violino, dalla vaga cadenza a marcia funebre. Il violino intona una melodia straziante, in una atmosfera di crescente tensione, per sfociare in una sovrapposizione multipla di loops melodici. nel finale ritorna il tema principale per poi sfumare lentamente sui loops di violino.

She Has No Strings inizia in modo rarefatto. Arpeggio di chitarra, batteria leggera e melodia struggente. Il brano prende corpo quando arriva il primo inciso, con continue variazioni melodiche in un crescendo vorticoso. Torna il tema principale riportando il brano all’atmosfare rarefatta iniziale. Nel secondo inciso le variazioni di violino vengono invece portate all’estremo, in una atmosfera sempre più ossessiva ed orgiastica.

Hope è invece una placida ballata malinconica e struggente, di rara intensità espressiva. Il tema principale incede con gli striduli armonici del violino, come un lamento. Il brano prende corpo in seguito, con la melodia distesa dell’inciso.

Alice Wading inizia con cadenze più classicamente rock (per quanto possa esserlo un brano dei Dirty Three). I tre giocano con la dinamica in modo mirabile. Nella seconda parte l’atmosfera si fa più rarefatta, con un pizzicato di violino ad intonare una melodia malinconica dal sapore folk. La terza parte è invece estremamente serrata e travolgente, con ossessive frasi melodiche ripetute su diversi accordi, in un tipico crescendo vertiginoso alla Dirty Three.

Everything’s Fucked è uno dei loro brani più memorabili. Il tema principale è maestoso ed imponente, eseguito con sonorità prima morbide ed avvolgenti, poi dilaniato da sonorità crude e lacerate. Il brano alterna momenti melodici a momenti di pura sperimentazione.

Deep Waters, con i suoi 15 minuti abbondanti, è il brano più lungo. Inizia in una atmosfera rarefatta quasi inderminata. Il violino eplora flemmatico gli spazi melodici, per poi perdersi in intriganti variazioni ritmiche con la batteria. Il tema melodico principale entra in modo brusco, il quale viene poi variato e ripetuto in modo ossessivo, in un clima sempre piu serrato e lancinante.

Syd Barrett: The Madcap Laughs

Filed under: Musica, Pink Floyd, Review, Syd Barrett
Written by: mazapegul @ 12:35 am

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Syd Barrett, con il primo album dei Pink Floyd e i due lavori solisti pubblicati nel ’70 (The Madcap Laughs e Barrett), si guadagna un posto fra i massimi artisti rock di sempre. Barrett è stato un inventore, il suo stile di songwriting ha esercitato e continua ad esercitare una forte influenza su diverse generazioni di artisti.

Nell’opera di Barrett c’è qualcosa che la rende inattaccabile, sia dalle mode che dal tempo che passa. Neanche l’avvento del punk e della new-wave (non esattamente gentili nei confronti dei dinosauri tipo Pink Floyd) ha scalfito la figura dell’artista. Tutt’altro, è stato ed è rimasto uno stabile punto di riferimento.

The Madcap Laughs (1970) è un progetto dalla gestazione lunga e difficoltosa, dovuta in gran parte alla instabilità psichica dell’autore. È stato avviato sotto la produzione di Peter Jenner nel ’68, per poi passare per le mani di Malcom Jones (avvalendosi della sezione ritmica dei Soft Machine), ed infine completato da Gilmour e Waters in tempi relativamente brevi (il buon Gilmour era probabilmente l’unico in grado di portare a termine una similie “impresa”). I brani prodotti da questi ultimi sono di conseguenza poco arrangiati, spesso solo chitarra e voce.

Il disco, pubblicato a circa tre anni di distanza dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, rivela quanto sia nel frattempo cambiata la sensibilità dell’artista. Le cavalcate psichedeliche degli esordi lasciano ora il posto a ballate intimiste e stralunate, di rara intensità espressiva. Il disco sfoggia, uno dietro l’altro, gioelli irripetibili: la cadenza lenta e paranoica di Terrapin, le bizzarrie strumentali di No Good Trying, la filastrocca surreale di Love You, la ballata serena e rilassata di Here I Go, la schizofrenia di Octopus, la semplice e dolce Golden Hair (con parole tratte da una poesia di Joyce), le ballate acustiche intimiste di She Took A Long Cold Look e Feel, le eccentricità infantili di If It’s In You, la ballata notturna di Late Night.

No Man’s Land, con la sua melodia ipnotica immersa nelle sature distorsioni chitarristiche, è uno dei vertici del disco. Questo brano in particolare è da considerarsi fra i più fulgidi precursori dello Shoegaze, uno dei generi più interessanti e creativi emersi in UK negli anni ’80 (reso celebre da Jesus And Mary Chain e soprattutto da My Bloody Valentine).

Dark Globe è una ballata intensa e sofferta, arrangiata solo con chitarra e voce. Il brano è caratterizzato da continui cambi di tempo, che esasperano il senso di disperazione espresso dal brano stesso.

Long Gone è un’altra affascinante ballata acustica sotterranea, caratterizzata da un cantato cupo e baritonale. Il brano, con le sue discese sui registri bassi, esprime un inquietante senso di fatalità, a dimostrare quanto l’artista fosse sempre perfettamente cosciente della sua condizione esistenziale.

Michelangelo Antonioni: Zabriskie Point

Filed under: Cinema, Michelangelo Antonioni, Pink Floyd, Review
Written by: mazapegul @ 12:11 am

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Dopo oltre 35 anni dalla sua uscita, il film rimane quell’oggetto strano, dagli schemi narrativi del tutto inusuali, sfuggente, amato per quanto odiato sia dal pubblico che dalla critica, specie da quella americana (almeno così leggo). Un film troppo spesso franinteso.

Il film è ambientato a Los Angeles, durante le contestazioni giovanili dei fine anni ’60 anche se, come spesso accade nel cinema di Antonioni, la storia deraglia presto in altri territori, spiazzando lo spettatore. La pellicola si fa visionaria, profonda e devastante. Il film non è esattamente un atto d’accusa alla fabbrica di morte che è l’establishment, è ancora più feroce. È piuttosto la profezia della sua catastrofe, l’autopsia del cadavere, la celebrazione del funerale.

La pellicola ha un’impatto visivo imponente, che culmina nella visionaria scena d’amore: uomini e donne si amano nel desesto, impegnati solo a giocare col proprio corpo, in mezzo al nulla (la vita celebrata col suo gesto più puro, in contrasto con la fabbrica di morte). Ma ancora più imponente è la scena finale dell’esplosione della villa, presa come simbolo dell’establishment (la scena è immaginata dalla ragazza). Le esplosioni si susseguono in serie da angolature diverse e sempre più ravvicinate. Le immagini vengono poi rallentate e vivisezionate. Gli oggetti simbolo del benessere borghese (televisori, frigoriferi, guardaroba, libri, alimentari vari, ecc.) librano sospesi nel vuoto per effetto dell’esplosione, privati della loro funzione, solo brandelli e macerie. Ad aumentarne l’impatto contribuisce la musica ipnotica/invasata dei Pink Floyd che commenta la sequenza (Come In Number 51, Your Time Is Up).

Non si tratta di una storia d’amore, ne’ di un film sulle contestazioni studentesche, anche se da una analisi superficiale vi si può leggere questo. È in realtà un film profetico e apocalittico, che ricorda più i grandi disastri biblici che le rivolte sociali. Stà quì la grande ferocia espressa dal film, che ti entra nell’anima e ne esci come liberato, purificato.

(Photo (c) 1970 Metro-Goldwyn-Mayer)

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