Pink Floyd: Ummagumma
Harvest, 1969

Quarto album dei Pink Floyd, Ummagumma rappresenta l'apice assoluto della prima fase del gruppo, quella più sperimentale e di ricerca. L'album è anche da cosiderarsi fra le più ambiziose opere rock mai pubblicate. Ummagumma, in seguito fortemente criticato dai suoi stessi autori, si rivelerà come una pietra miliare. Uno di quei lavori che hanno aperto nuove porte, infranto barriere, influenzato generazioni di musicisti alternativi, e spianato la strada ad interi filoni musicali di grande rilievo (Corrieri Cosmici tedeschi in primis).
Il monumentale lavoro è suddiviso in due parti. La prima contiene materiale registrato prevalentemente dal vivo e già edito in precedenza. La seconda contiene invece materiale originale registrato in studio, dove ognuno dei quattro componenti del gruppo si gestisce un quarto dello spazio.
Live Album
Il disco raccoglie quattro fra i loro più avvincenti cavalli di battaglia di quel periodo. A due anni dal fulgido esordio The Piper At The Gates Of Dawn, il suono del gruppo si è in realtà profondamente evoluto. Lo stile chitarristico di Gilmour, che sostituì Barrett nel '68, è forse meno fantasioso di quello del suo predecessore, ma tecnicamente più completo e versatile. Il drumming di Mason è diventato più potente e dinamico, di grande effetto nell'alternare situazioni rarefatte a situazioni sature, con abbondante uso di piatti. Ma l'elemento chiave della metamorfosi sonora del gruppo è soprattutto Wright, molto più attento alla composizione e dallo stile tastieristico decisamente più atmosferico. Tutti i brani sono inoltre più dilatati nelle versioni live, con largo spazio ai momenti di improvvisazione strumentale.
Apre il disco una versione "cosmica" di Astronomy Domine, un brano scritto da Barrett già pubblicato sull'album d'esordio The Piper At The Gates Of Dawn. Il brano inizia con le serrate pulsazioni di tastiere, basso e batteria, che introducono uno dei riff più incisivi della storia del rock. Con le sue progressioni armoniche ricche di passaggi cromatici e il cantato ossessivo, il brano scardina sostanzialmente la forma canzone. Dopo un selvaggio solo di chitarra, gli strumenti si spengono progressivamente, lasciando l'organo in solitudine a ricamare melodie rarefatte. Un momento di quiete che non tarda però a risvegliarsi con tutta la sua carica selvaggia.
Careful With That Axe, Eugene è uno dei massimi vertici espressivi del repertorio live dei Pink Floyd. La versione originale in studio (apparsa in precedenza come b-side del 45 giri Point Me At The Sky), pur affascinante, accusa un certo appiattimento in confronto a questa versione, che è di gran lunga più aggressiva e perversa. Il brano incede con fare seducente e misterioso. Su una struttura armonica essenziale, l'organo intona passaggi melodici orientaleggianti, che lasciano poi spazio ad un coro lamentoso. Con le sue languide melodie, la parte iniziale del brano ti avvolge e ti accarezza. Ti trascina con se come in una relazione intrigante ma pericolosa. L'atmosfera dura fino a quando l'urlo straziante e lancinante di Waters irrompe brutale, scatenando una danza invasata. Blocchi sonori incontrollabili si susseguono e sovrappongono come fiammate, in una atmosfera satura e delirante. Completato il ciclo, il brano smorza progressivamente i toni, esausto, lasciando alle proprie spalle terra buciata. ritorna l'atmosfera iniziale, che si spegne lentamente, come una forza demoniaca che torna nelle viscere della terra, dopo averti "leso" la percezione ed aperto la porta agli incubi remoti dell'umana esistenza.
Set The Controls For The Heart Of The Sun è uno dei pezzi forti dell'album A Saucerful Of Secrets. Anche in questo caso la versione dal vivo è maggiormente sviluppata, caratterizzata da excursus sonori dimanici che vanno dal pieno strumentale a momenti musicali estremamente rarefatti. Il brano ha una struttura relativamente semplice ed efficace. È sviluppato su un tema melodico dal sapore orientale, accompagnato all'unisono dal basso. La batteria segue con un ritmo tribale ed ostinato prevalentemente sui toms, accentuandone la caratterica ipnotica. Dopo la prima parte cantata il brano decolla, acquistando progressivamente in potenza. Wright suona come un'incantatore di serpenti, incisivo e vertiginoso. L'entrata della chitarra, con cromatismi ascendenti, è il colpo di grazia per questo periodo musicale. Viene spezzato definitivamente il sottile filo armonico che teneva legato il brano, deragliando l'armonia su terriori atonali, caotici ed imprevedibili. Il periodo culmina nella lunga scala cromatica ascendente finale. Questo intermezzo orgiastico è seguito da un periodo più rarefatto, anch'esso atonale, con echi di tastiere e glissandi di chitarra ad evocare i profondi spazi siderali (o, se preferiamo, della nostra mente). A poco a poco (come del resto canta Waters) il brano si ricompone e torna il tema principale.
A Saucerful Of Secrets, che è IL brano forte dell'omonimo album pubblicato l'anno prima, è forse l'unico che perde nella versione live. A farne le spese è soprattutto la dimensione surreale che viene magicamente creata dalla versione in studio. Si tratta in ogni caso di un confronto con uno dei brani più significativi del rock sperimentale di sempre. Questa di Ummagumma rimane una versione di altissimo livello, che eccelle soprattutto nella terza parte, dove Gilmour si occupa della parte corale.
Il brano è composto da quattro movimenti. Something Else incede atmosferico ed atonale, con suoni di gong, piatti, glissandi di chitarra. Accumula una tensione crescente che arriva ad esplodere con dei glissandi lancinanti di chitarra.
Syncopated Pandemonium, anch'esso atonale, è basato su un loop ossessivo di batteria, ripetuto per tutto il brano. Su questa base gli strumenti vengono tutti violentati emettendo i suoni/rumori più atroci, in una atmosfera da guerra in musica.
Le tensioni si smorzano lentamente e il breve intermezzo Storm Signal introduce Celestial Voices, un brano corale ed armonioso che contrasta con l'atmosfera dissonante ed estrema dei movimenti precedenti. Una specie di requiem che chiude la suite con toni solenni.
Studio Album
L'idea alla base di questo progetto era quella di suddividere lo spazio in quattro parti, ognuna delle quali doveva essere a completa disposizione di ognuno degli elementi del gruppo. Questo è avvenuto in completa libertà, senza che vi fossero interferenze dirette fra loro. Ne è venuto fuori un lavoro astruso, ambizioso e fortemente sperimentale, che concentra una moltitudine di geniali invenzioni, come raramente capita in un album "rock". Un lavoro "difficile", che è piombato come un maglio sul panorama rock, traviandone i destini.
Apre le danze Wright con l'audace ed ostica Sysyphus, una suite in quattro parti a metà strada fra la musica classica e certe cose di avanguardia colta (Stockhausen e Cage in particolare).
Part One apre la suite con toni funerei e solenni. Il tema iniziale è sviluppato dal mellotron con sonorità da oltretomba, sostenuto dai timpani e da suoni strazianti che urlano in sottofondo (una atmosfera malsana che verrà in seguito ripresa ed ampliata da Klaus Schulze). L'introduzione è seguita da una specie di concerto per pianoforte post-romantico. Il brano, dolce e malinconico nella parte iniziale, subisce varie metamorfosi. Prima acquista drammaticità, poi progressivamente perde il legame tonale. In seguito si trasforma in una serie di scariche dissonanti pianische brutali, fino a lacerare del tutto anche il tessuto musicale stesso, in un caos di rumori metallici stridenti e gravi. Un breve brano di pianoforte che è una vera e propria dichiarazione di guerra alle convenzioni musicali.
Part Two è un breve brano rumoristico, strutturato su dei poliritmi liberi di percussioni e pianoforte preparato (scuola John Cage), in un clima progressivamente più fitto e denso.
Part Three è più quieto e rarefatto, una atmosfrera quasi pastorale anche se malata. Il brano si dipana su due accordi di mellotron, libere melodie di organo e lievi glissandi di basso. Con in sottofondo gli uccelli che cantano ed il rumore di un ruscello.
Part Four irrompe con un suono dissonante e brutale, introducendo un'altro periodo atonale e rumoristico. Il brano è sviluppato su degli accordi dissonanti di organo, ai quali vengono sovrapposte brevi scale cromatiche ascendenti a varie velocità e violenti accordi disarmonici di pianoforte, in un clima progressivamente più saturo ed estremo. Una atmosfera da incubo che sfocia in seguito nel medesimo lugubre tema iniziale.
Grantchester Meadows è una affascinante ballata acustica di Waters, lenta e rarefatta. Il brano si dipana con il canto degli uccelli, e rumori naturalistici vari, in sottofondo. Il canto melodico di Waters è statico e paranoico, quasi claustrofobico.
Segue Several Species Of Small Furry Animals Gathered Toghether In A Cave And Grooving With A Pict, sempre di Waters. Il brano è ben decritto dal titolo, una esilarante sovrapposizione di vocine di animaletti di vario tipo, con discorso non-sense finale.
The Narror Way è una composizione di Gilmour in tre parti.
Part One è un brano per chitarre acustiche e slide, dal sapore folk. Introduce la suite in un clima sereno e solare, anche se costantemente minacciato da effetti elettronici vari, via via sempre più insistenti.
Part Two irrompe dopo un breve preavviso. L'atmosfera si fà decisamente più cupa, basata su un ossessivo riff di chitarra distorta. Il brano subisce una metamorfosi, venendo progressivamente sommerso da echi ed effetti elettronici, fino a mascherare completamente il tema principale.
Sul finale della Part Two, un suono bordone entra con un glissando discendente, quando il caos ha preso il completo spravvento, portandoci nella Part Three. Piano il caos sfuma ed una serie di lunghi accordi di chitarra con eco introducono il tema cantato. Si tratta di una canzone melodica nel miglior stile gilmoriano, relativamente convenzionale nella struttura ma con un arrangiamento decisamente raffinato. Quest'ultimo, scarno nella parte iniziale, diventa via via sempre più fitto. La prima strofa è accompagnata dal solo piano ed una chitarra slide appena accennata. La batteria entra solo nel secondo inciso, che è cantato in falsetto a più voci. In ogni cambio vengono aggiunti nuovi elementi. Nel finale strumentale si arriva ad avere, oltre al piano, almeno 4 chitarre, di cui due slide ed una solista distorta, la quale ricama struggenti melodie sui registri bassi. Nonostante la densità degli interventi strumentali, l'arrangiamento non lascia mai trapelare qualcosa di troppo.
The Grand Vizer's Garden Party è una suite in tre parti composta da Mason, basata sulle percussioni. Mason utilizza ed esperimenta con disinvoltura lo studio di regisrazione ed il collage di nastri magnetici. Il risultato è un brano di indubbio fascino, che ricorda Ionisation di Edgar Varese.
(Entrance) è un tema melodico elementare eseguito con due flauti.
(Entertainment) inizia sovrapponendo diversi elementi ritmici su un sottofondo di percussioni a pitch variabile ed armonie atonali. Segue un momento musicale più armonioso, anche se basato su una tenebrosa e rumorosa sonorità nei registri bassi. La sezione finale di (Entertainment) è invece strutturata su un collage ritmato di spezzoni di nastro magnetico, contenenti a loro volta spezzoni di varie sonorità percussive, terminando in modo più serrato con sovrincisioni di soli di batteria.
In (Exit) ritornano i flauti melodiosi del tema iniziale.
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